Da dove veniamo? E dove andiamo? Chi siamo?
Non lo so, non ne ho la minima idea.
Ma so che quando leggo Calvin & Hobbes, le cose sembrano avere un senso.
Fu il mio amico Mario il primo a farmi il nome di Scalfarotto, nel 2005. Era l’epoca delle inedite Primarie del Centro-Sinistra, ovvero le “Primarie di Prodi”, come le definiva la stampa.
Mario mi parlò, con grande entusiasmo, dell’indipendente italiano che, da Londra, tentava la scalata all’Unione. Il mio amico discute spesso con passione di cose quali i film di Pedro Almodovar, i quadri di Jackson Pollock, i mocassini di Gucci. Mai, prima di allora, l’avevo visto accendersi per la politica.
I manifesti del Partito Democratico, per le elezioni regionali, sono davvero inguardabili. Nel senso letterale dell’espressione: non si sa dove guardare, non c’è un percorso visivo chiaro. Grafica e figurazione se ne stanno ognuno per suo conto, come separati in casa.
E poi c’è quella scelta dei fumetti, che francamente a uno che i comics li legge, risulta insulsa. Come ha scritto anche un giovane maestro del fumetto quale Gipi:
I balloon, non si mettono lì.
L’Islanda è un paese bellissimo e il sottoscritto ci ha lasciato il cuore. Accadeva prima che il crac delle banche portasse via il cuore e i soldi di molti islandesi, mettendo in ginocchio il paese.
Grazie a Francesca, scopro un interessante documentario “Dio Benedica l’islanda” , che promette di raccontare alcune delle profonde contraddizioni di questa storia e, in contro luce, del mondo in cui viviamo.
Qualcuno lo vorrebbe per sindaco.
Qualcun altro propone di candidarlo perché è bello.
Io, piuttosto, direi che sarebbe bello candidarlo.
Perché tutti lo stimano. Perfino, chi a volte non è d’accordo.
Perché uno così, for president sempre.
(spot elettorale a cura del Gorilla, personal assistant del candidato)
Appartengo alla prima generazione di bimbi cresciuti a “pane e Goldrake”, quelli “animazzati” davanti alla tivvù. Beh, che i cartoni animati made in Japan si chiamassero “Anime” in originale, allora, non lo sapevamo. E, d’altronde, non ce ne sarebbe fregato un fico secco di saperlo.
Quei racconti, a base di robottoni dinoccolati e orfanelli/e sfigate dagli occhioni grossi come fanali di Cinquecento, erano una roba mai vista prima e questo bastava ad incantarci.
Perfino Google, oggi si ricorda di celebrare uno dei più grandi cantori dell’America moderna, Norman Rockwell, nato esattamente 106 anni fa. Dalle copertine di Life a quelle per ilThe Saturday Evening Post, dai manifesti pubblicitari per Coca Cola alle illustrazioni per i classici della letteratura (Le avventure di Tom Sawyer), Rockwell ha fissato, con matite e pennelli, i tratti dell’immaginario a stelle e strisce. Di se amava dire
Sono un cantastorie, dipingo la vita come vorrei che fosse…
Ci ho provato e riprovato, con il rispetto che si deve a chi già mi ha regalato pagine bellissime (Come Dio comanda, Io non ho paura). Ma per ora non ce la faccio. Non riesco ad andare avanti nella lettura di Che la festa cominci, l’ultimo romanzo pubblicato da Niccolò Ammaniti.
E pensare che era stato uno dei tanti strepitosi cadeux letterari di questo Natale. Quando sono ripartito per la Francia, l’Ammaniti era in cima alla trolleyteca, infilato tra le camicie e la pasta De Cecco (ehm… sono pur sempre emigrante, 2.0 ma emigrante…).
Lewis, in cerca di un prato per picnic, s’imbatte in una radura bruciacchiata, forse dal passaggio di un ufo, e in un singolare fumetto: la prima testimonianza di letteratura disegnata aliena. Si apre con un incipit degno di X-Files, A.L.I.E.E.N., l’ultima sorprendente opera di una delle personalità più originali del fumetto francese contemporaneo, Lewis Trondheim.
Ringrazio la redazione de Lo Spazio Bianco per avermi dato l’opportunità di proporre la mia lettura di questo racconto, tenero e stralunato, di Lewis Trondheim. Il resto lo trovate qui.
La porta d’entrata è sempre il nostro cervello e non è che si allarghi per questo, e la porta d’uscita è la nostra capacità verbale. Il nostro linguaggio non subisce grandi modifiche da una tecnologia come questa, anzi si arricchisce. E poi, tutte le rivoluzioni tecnologiche dopo un po’ di disorientamento sono diventate ricchezza. Coraggio, non mi pare ci siano motivi di pessimismo, caso mai sono in altre cose.
Tullio De Mauro, impressioni a caldo sull’iPad.
Lewis, in cerca di un prato per picnic, s’imbatte in una radura bruciacchiata, forse dal passaggio di un ufo, e in un singolare fumetto: la prima testimonianza di letteratura disegnata aliena. Si apre con un incipit degno di X-Files, A.L.I.E.E.N., l’ultima sorprendente opera di una delle personalità più originali del fumetto francese contemporaneo, Lewis Trondheim.
La porta d’entrata è sempre il nostro cervello e non è che si allarghi per questo, e la porta d’uscita è la nostra capacità verbale. Il nostro linguaggio non subisce grandi modifiche da una tecnologia come questa, anzi si arricchisce. E poi, tutte le rivoluzioni tecnologiche dopo un po’ di disorientamento sono diventate ricchezza. Coraggio, non mi pare ci siano motivi di pessimismo, caso mai sono in altre cose.