Anime nel dolore
Il punto è che si è venuti su, noi tutti, guardando il Giappone venir distrutto ogni pomeriggio.
Calpestato da Godzilla e dai suoi amici, illuminato dai funghi atomici che chiudevano la sfida impari tra un robottone e un mostro guerriero, ridotto in pezzi in ogni singolo manga, anime, videogioco…
Anch’io da piccolo come Alessandro e tanti altri della nostra generazione mangiavo pane e goldrake e restavo affascinato davanti alle scene di distruzione di massa che affollavano gli anime (anche se, allora, per noi erano semplicemente “i cartoni”).
I mostri di Vega devastavano città come Tokyo o piccoli villaggi sperduti e per noi erano solo immagini spettacolari di un mondo altro. Chi poteva pensare, allora, che l’immaginario distruttivo delle storie di Go Nagai rinviasse a tragedie ben più concrete di un paese reale ?
Ci penso ora mentre guardo su internet le immagini del cataclisma giapponese, terribilmente spettacolari nella loro tragicità anche queste, inutile negarlo. Tra l’immaginario e la realtà, però c’è ben più che un’alabarda spaziale.
E giustamente Matteo Bordone, per un verso, e Matteo Stefanelli, per un altro, denunciano quanto i media siano pressappochisti nel ridurre le reazioni di una intera società a riferimenti, peraltro parziali e imprecisi, al suo immaginario fumettistico o letterario. Scrive in particolare Stefanelli, riferendosi a un infelice titolo del Corriere della Sera:
“Quella calma «disumana»del popolo dei manga”. Come a dire giapponesi, strana gente: psicologicamente disumani, e lettori di fumetti.
Il rischio di banalizzare la tragedia c’è eccome. Personalmente so soltanto che, di fronte alle ferite della terra martoriata, al dolore delle persone, provo un senso di crudele dejà vu. Crudele perché ci toglie ogni illusione infantile, perché vi alligna la dolente certezza che, stavolta, Actarus non verrà a salvare la folla inerme.








Actarus non abita più lì…