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Lo specchio incrinato

14 settembre 2011

Si può raccontare una storia tragica senza ridurla a una poltiglia di melassa retorica?

Voglio proporvi ancora una riflessione sulla narrativa visiva per il decennale dell’11 Settembre, anche rispetto all’aspro dibattito scaturito in coda al post precedente.

Per farlo parto, ancora una volta, da un’ immagine, quella scelta dal New Yorker per la sua copertina commemorativa del 24 settembre 2001, a pochi giorni dell’attentato alle Twin Towers. All’epoca  fu la matita di Art Spiegelman a farsi carico del dramma vissuto da un’intera Nazione.

All’autore di Maus, bastò stilizzare la silhouette nera degli edifici su sfondo neutro per accogliere in quel buco nero, dalla geometria definita, tutte le inquietudini di un’America ferita e affranta, incapace di elaborare il lutto.

Ciò che mi colpisce, nel riguardare il lavoro di Spiegelman, è come abbia lavorato per sottrazione. Come abbia intuito, fin dal principio, che uno dei problemi nel raccontare questa storia fosse la sua, colossale, deflagrazione visiva.

Col tempo ce ne siamo accorti tutti. L’11 Settembre è stato il primo racconto mediale, planetario, in cui l’istantanea disponibilità della tecnologia digitale ha fatto debordare ogni equilibrio dello sguardo.

Giorno dopo giorno, mese dopo mese, siamo stati sommersi da migliaia di foto e centinaia di video: le Torri hanno continuato a bruciare davanti ai nostri occhi per un tempo (mediaticamente) infinito. Che sia stato un effetto pilotato, o il moto spontaneo di una sensibilità diffusa, è materia per gli studiosi dei media e ho l’impressione che lo sarà per molti anni ancora.

Ciò che Spiegelman e quelli del New Yorker resero evidente da subito è che questo enorme, colossale, mausoleo del dolore poteva essere raccontato, comunque, senza esibire pornograficamente gli aspetti orrorifici. In questo senso, quella copertina si trova agli estremi rispetto alla fotografia del Falling man, scattata da Richard Drew.

Dieci anni dopo siamo ancora fermi lì: a cercare di stabilire dove inizia e finisce  il dovere/diritto di cronaca. E dove invece si sconfina nella retorica di parte, nei plastici osceni di Bruno Vespa, che non ha perso l’occasione neanche stavolta.

A riguardo, c‘era  un bel pezzo qualche giorno fa sul New York Times in cui  Jeremy Peters e Brian Stelter si chiedevano come i media e il loro stesso giornale si dovevano confrontare con il decennale. Partendo, da una constatazione onesta:

La questione è esattamente cosa fare con le immagini delle Torri che bruciano e le molte scene terrificanti di quel giorno.

Una risposta possibile, non certo “La” risposta, mi sembra che la fornisca ancora il New Yorker con la copertina commemorativa dell’evento, affidata stavolta alla spagnola  Ana Juan.

L’illustratrice iberica ci mostra un ritratto notturno, in apparenza quieto, della città che dorme. La skyline di New York si riflette nella baia ed è lì, sul pelo dell’acqua,  che affiora il ricordo delle Torri che non ci sono più, come in uno specchio incrinato.

Ancora più della composizione figurativa, giocata su un sapiente alternarsi di luci ed ombre, sono gli equilibri plastici tra le parti a dirci di più. Lo specchio visivo della Juan, oltre che incrinato, è asimmetrico.

Tra la New York  reale di oggi e quella “perduta” di ieri, la seconda continua a prevalere. Il peso della  memoria riemerge sul presente ma, in un certo senso, lo sostiene anche. Come se fossero le fondamenta di un nuovo inizio.

Il dolore non si cancella, ma in dieci anni New York ha imparato a conviverci.

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