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Noi miseri, noi tapini

2 aprile 2012

Nipote, devo ricordarti che oltre a essere mio parente sei anche mio erede?

Zio Paperone a Paperino (secondo Rodolfo Cimino)

A pochi giorni dalla scomparsa di Moebius, se n’è andato  un altro grande fabbricante di storie a fumetti, Rodolfo Cimino (qui il ricordo di Luca Boschi).

Beh, sì il suo nome non è roboante come quello di Jean Giraud. Tanto l’uno ha rappresentato l’emblema del fumetto colto, elevato ad “arte”,  l’autore stesso che si fa oggetto di culto, quanto l’altro è stato il simbolo di un artigianato invisibile, quello del fumetto seriale per antonomasia, il mondo Disney. Un’intera carriera al servizio di Topolino e Paperone, senza per molti anni  aver nemmeno il piacere di vedere il proprio nome in calce ai racconti.

All’epoca,  le storie che uscivano su Topolino e sulle altre pubblicazioni (allora) Mondadori, non portavano la firma di chi scriveva e disegnava. Il talento strepitoso, assoluto, debordante, dei vari Martina, Scarpa, Carpi, Cavazzano, Concina, e, appunto, Cimino è rimasto per molto tempo confinato dentro la cerchia degli addetti ai lavori.

Ma anche senza conoscere i nomi, vi assicuro che se leggevate e vi divertivate con Topolino  come me negli anni Settanta e Ottanta, le differenze tra un autore e l’altro vi arrivavano. E credo, anzi ne sono convinto, che il successo strepitoso riscosso dalla rivista in quegli anni fosse dovuto soprattutto alla varietà e alla ricchezza di temi, di spunti, di trame che questi autori creavano. Era come se, nella stessa squadra, si fossero ritrovati a giocare insieme Pelè, Maradona, Platini, Baggio e Messi. Ognuno contribuiva a rendere le storie di Paperone & soci godibili perché diverse. Perché (a loro modo) sempre uniche.

Nel caso di Cimino, l’unicità assoluta risiedeva nel linguaggio dei personaggi. Cimino è stato il maestro di un italiano forbito, perfino desueto, una miscela di forme auliche e rivisitazioni basse, per cui se Zio Paperone deve chiedere il giornale al suo maggiordomo esclama:

Battista, il cartaceo!

Questo fa scattare il sorriso sul volto del lettore, ancor prima che la storia abbia inizio. Non è solo una questione di stile, Cimino rende il linguaggio, con i suoi roboanti calambour,  un elemento narrativo per giocare con le attese del lettore fidelizzato in una logica tipicamente seriale. Alcune battute ritornano sempre identiche, altre variano leggermente, altre ancora sono autentici fuochi d’artificio lessicali fabbricata all’occasione.

E il cerchio si chiude. Dicevamo all’inizio, di come Cimino non avesse per molto tempo potuto firmare le storie, eppure le sue storie sono indelebilmente segnate da questo modo unico di raccontare . Meglio di tutti, l’ha detto il mio illustre vicino di blog, Matteo Stefanelli:

Un artigiano dell’industria culturale, Cimino, che nella modesta marginalità del suo mestiere ha lasciato un segno sottile – e per questo profondo – nell’immaginario di milioni di lettori italiani.

Lo ha scritto anche Gregorio Paolini, uno dei più bravi autori della nostra tv, a riprova di quanto la qualità del lavoro di Cimino e dei suoi colleghi  abbia saputo andare oltre gli steccati di linguaggio:

Il giacimento di creatività, di alto artigianato e in alcuni casi di arte vera e propria che è stata la fabbrica mondadoriana e poi disneyana cresciuta attorno al settimanale Topolino aspetta ancora una valutazione adeguata ai suoi meriti.

Prima o dopo la cultura italiana dei media, ormai così distratta dal contingente da aver perso la capacità e anche la voglia di studiare dovrà pur riscoprire, anche solo in termini linguistici, quella lunga, importante storia.

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3 commenti leave one →
  1. 8 aprile 2012 5:06 pm

    un grande davvero! i ” topolino ” italiani avevano la cultura che gli altri non avevano o, perlomeno, rappresentavano qui la nostra cultura. da ragazzina sono stata abbonata negli anni d’oro, le storie erano memorabili. da qualche parte devo avere ancora pacchi di topolino d’epoca…

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  1. Supertelebloggone 2012 « Sono Storie

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