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Aquilotto della notte

14 giugno 2012

 Un eroe duro come una roccia dell’Arizona e spigoloso come un cactus.

Saguaro, il nuovo personaggio a fumetti, scritto da Bruno Enna e disegnato nella sua prima avventura da Fabio Valdambrini, esibisce con la fierezza dei suoi avi, gli indiani Navajo, l’appartenenza al canone bonelliano.

Non v’è dubbio che Saguaro sia un figlio della Bonellanza, come avrebbe detto Oreste Del Buono: a partire da quel debito di sangue esibito con Aquila della Notte e la sua leggendaria tribù.  

Se la  Riserva indiana, ereditata da Tecs, sarà un ghetto nostalgico o – al contrario – solo un retroterra da cui partire per andare lontano,  ce lo dirà il tempo. D’altronde non servono  sofisticate analisi narratologiche, qualsiasi consumatore di storie televisive e fumetti vi dirà che:

una serie non si giudica da un episodio ma alla distanza.

Ecco, il dubbio che mi viene, leggendo Saguaro, è se nel pensarlo  tanto “classico”, Enna abbia davvero fatto i conti con un pubblico ormai così competente, e con la diversa sensibilità che questi lettori possiedono. Perché è indubbio che il modello narrativo alla base del nuovo personaggio sia “l’eroe forte”. E  non mi riferisco ai muscoli del bicipite, che pure nel caso abbandonano, ma a quelli della storia.

Lo spettatore si appassiona all’eroe, alle sue virtù come alle sue debolezze. Togli il protagonista e il mondo narrativo che c’è intorno, per quanto suggestivo, scomparirà con lui. Le serie classiche per millenni si sono costruite attorno a personaggi di questo tipo che ne sostenevano la struttura, da Eracle al Tenente Colombo. Così funziona Tecs Uiller dal 1948. E funziona bene, fratelli, figli – a parte quello insulso che porta il suo cognome – nipoti compresi.

La domanda però è se abbia senso ancora far cadere la mela così vicino all’albero. Se il modello è Tex, mi verrebbe da dire, chi dovrebbero essere i lettori di Saguaro? Gli stessi di Aquila della notte?

Non so, vi ringrazio molto per l’attenzione: certo noi moriremo bonelliani. Ma forse bisognerebbe guardare oltre. E incomincio a pensare che essere classici non voglia dire necessariamente essere nostalgici. Che dobbiamo ricordarci da dove veniamo, giusto, ma prima o poi dovremo anche decidere di rimetterci in cammino.

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2 commenti leave one →
  1. 21 giugno 2012 3:44 pm

    Bel post. Devo dire che io ho, apprezzato questo fumetto o forse meglio dire che non l’ho bocciato, forse perchè in vita mia ho letto poco Tex e non mi viene naturale far confronti. Siamo al primo numero, diamogli tempo e stiamo a vedere. Sono d’accordo cmq sul fatto che nn c’è molto di nuovo, ma a volte nel classico si va sul sicuro.
    saluti
    andrea

    • 22 giugno 2012 3:04 pm

      grazie Andrea e benvenuto da queste parti.
      io non boccio nessuno,ci mancherebbe. Enna è un autore di mestiere e conosco quel giusto le regole della serialità per sapere che ci vuole tempo a far ingranare la macchina.
      Però, permettimi, tra classico e “vintage” c’è una certa differenza.
      Per ora a me Saguaro sembra più “vintage” che classico. E comunque i classici non nascono mai tali: di solito sono opere originali, innovative, che lasciano il segno, tanto da diventare oggetto di “imitazione”, di creare un canone e, a quel punto, diventare classici.

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