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E poi venne GiàIar

10 luglio 2012

No, se non l’avete vissuto, non potete capire.

Erano gli anni Ottanta. Gli americani potevano permettersi un attore di serie B come Presidente. Noi ci tenevamo Andreotti da sempre. E poi c’erano la Carrà, Rumenigge  e le Girelle a merenda (almeno per me).

E c’era questa famiglia di petrolieri texani.

Che cacchio ce ne fregava a  noi di una famiglia di petrolieri texani? Sostanzialmente niente ma ebbero il merito di essere i primi. Pamela, Bobby, Sue-Ellen… I primi vicini di casa da esportazione della tivvù americana. Con Dallas, qualcosa cambiò definitivamente.

Con uno di quei termini paraculissimi che usano i sociologi della comunicazione, potremmo considerarlo il primo prodotto davvero “glocal”, (globale ma anche locale) di un immaginario a misura di zapping.

La sera ci si sbracava sul divano famiglie intere, nonni, mamme, nipoti a seguire le vicende di questi benzinai, impaccati di soldi, che si mettevano le corna e  si facevano dispetti, come la signora Rosolino del terzo piano con Cecilia, la   figlia del portiere.

Soprattutto c’era questo tizio, per alcuni GeiAr, per altri GiaIar (vai a capire, so’ nomi americani), perfido per dire perfido. Ma che dico perfido? Uno stronzo patentato, cattivo di quelli ci trovano gusto a essere a cattivo. Così cattivo che finisci per appassionarti ai suoi intrighi, come se l’eroe della storia fosse lui. Ma tu pensa.

Che per gli americani, scafati da quasi un cinquantennio di catodo commerciale, libero e (a volte) scabroso, non era certo una novità. Ma per noi, abituati alla edulcorata compostezza della democristiana Mamma Rai,  era quasi un sacrilegio.

Non a caso, la nostra tivvù pubblica trasmise la prima serie, senza grande successo. Cosa c’entrava quel bastardo con il cappello a falda larga, alla Tecs Uiller, con il sorriso tenero della zia Nicoletta Orsomando, con le tribune politiche soporifere di Jader Iacobelli, con il profilo bonario del Mago Zurlì? No, il sorriso maligno, a trentadue canini di GeiAr non aveva nulla a che spartire con mamma Rai e con l’Italia di buona famiglia che rappresentava.

Ci volle un’altra tivvù e forse un’altra Italia, perché quella storia di tenutari milardari di pompe di benzina diventasse un fenomeno mediatico di successo anche a Venegono e Catania.

Accadde, quando la serie venne acquisita dalla nascente televisione privata di un imprenditore meneghino, tale Salvo Bernasconi, o qualcosa del genere, non ricordo più di preciso (in fondo sono passati tanti anni). Canale Cinquanta fece di Dallas uno dei cavalli di battaglia del suo palinsesto.

E nacquero bambine che si chiamavano Sue-Ellen. E per le nostre strade vedevi le signore con le stesse acconciature di Pamela Ewing. E GeiAr divenne famoso come Paolo Rossi, tanto che quando  cercarono di fargli la pelle, rimanemmo con il fiato sospeso a milioni, manco fosse il Papa.

Sono passati tanti anni, avevo quasi dimenticato tutto questo.

Poi scopro che Dallas  torna in tivvù. E GiaIar c’è ancora. Un poco più vecchio e molto più tirato come Patty Pravo, ma c’è.

Mi chiedo cosa abbia fatto in tutto questo tempo. Poi guardo il suo sorriso a trentadue canini e arriva l’illuminazione: ha fatto il Presidente del Consiglio. Quattro volte.

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