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La responsabilità dei cantastorie

20 agosto 2012

Non so quanti abbiano letto la notizia a suo tempo. Personalmente, mi colpì mesi fa scoprire  che – a quanto riportato da illustri  quotidiani USA  – certi tizi in maschera e mantellina se andavano in giro nottetempo per le città americane, novelli Batman e Superman, a vigilare sull’incolumità dei loro concittadini.

Una storia surreale che, per paradosso, la vicenda del sedicente Joker stragista  riporta alla memoria.

Dal grottesco al tragico c’è un filo comune: nella testa di un idiota, un eroe e il suo antagonista non sono più personaggi di finzione ma modelli di vita per deliranti  fiabe esperienziali,  alimentate da chissà quali fantasmi privati.

Nel mio piccolissimo, l’ho già scritto ma mi sento di ribadirlo: chi fabbrica storie di queste dinamiche deve tenere conto.

Fatta salvo  la responsabilità individuale dei gesti, per cui certo non si può imputare a Bob Kane (il creatore di Batman e del Joker) che qualcuno usi  e abusi delle sue storie per praticare violenza – in un paese che permette anche a un folle di mettersi in casa un arsenale militare –  esiste una dimensione collettiva delle narrazioni e della loro potenza evocativa.

Torno su questi temi, dopo che, nelle settimane precedenti, ne hanno discusso diversi esperti. In rete, mi sono sembrati particolarmente interessanti gli interventi di due autori,  Roberto Recchioni e Moreno Burattini.

Per una volta non scomodo il nume tutelare di questo blog, Daniel Taylor. Cito invece proprio Recchioni:

La verità è che le storie ispirano le persone. E come ci prendiamo l’onore di quando lo fanno nel bene, dobbiamo prenderci pure il peso di quando lo fanno nel male.

E no, non sto dicendo che dobbiamo smetterla di creare personaggi negativi affascinanti.
Dico che dobbiamo acquisire la consapevolezza di cosa significa farlo, la capacità di farlo nella maniera migliore, e la maturità di accettarne il peso, senza stare a dire “non siamo stati noi!”

Capisco che a molti autori questo tipo di considerazioni facciano venire l’orticaria, perché  – come ricorda Moreno Burattini - quando si parla di fumetto,  cartoni animati, videogiochi  (o in passato rock),  la caccia alle streghe culturali è sempre  in agguato.

L’idea di “censurare” gli autori, per salvaguardare gli innocenti dalla seduzione del male, alligna nella bigotteria periodica dei moralisti d’accatto.

Queste cose le sappiamo. Senza dover scomodare esempi troppo nobili, ogni piccolo artigiano dell’industria culturale deve farci i conti, prima o poi. Ma tra il “prima” e il “poi”, resta a ognuno la responsabilità personale di riflettere su cosa vuole raccontare e perché.

Purtroppo trovo che di violenza esibita nelle storie di consumo (nel fumetto, nel cinema, nella tivvù) ce ne sia ormai fin troppa. E spesso la voglia di stupire finisce per mangiarsi qualsiasi buona intenzione narrativa.

Anzi a  volte, diciamolo con onestà, la violenza più efferata (psichica oltre che fisica) diventa solo una facile scorciatoia degli autori per tenere alta l’attenzione dell’interlocutore. E questo ha poco a che vedere con la (tanto agognata) libertà d’espressione cui tutti, da bravi democratici, facciamo riferimento anche a sproposito. La chiamerei  invece  (pericolosa) povertà d’espressione.

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12 commenti leave one →
  1. 20 agosto 2012 9:16 am

    Questa volta non sono del tutto d’accordo. Le storie di violenza efferata sono la materia prima di molti videogiochi, fumetti, opere liriche, romanzi, racconti, saghe epiche, racconti orali tramandati prima e messi per iscritto quando la scrittura è nata. insomma, le storie di violenza, di redenzione, di buoni e cattivi, di nemesi e catarsi esistono da quando esiste l’uomo. Però non credo che a qualcuno sia mai venuto in mente di assistere ad una strage familiare e uscirsene su un giornale con un “la messa in scena della Medea ha influenzato questa donna. Ovidio si dovrebbe prendere le sue responsabilità…” Senza Joker, lo psicopatico di Aurora avrebbe scelto un altro costume, ma avrebbe comunque fatto la sua strage. Se si vuole un modello, semplicemente, lo si trova. E se si vuole un capro espiatorio per i giornali e le coscienze, bhè, facile trovare anche quello…

    • Marco D permalink
      20 agosto 2012 11:12 am

      Cerco di essere più chiaro. Non penso che esista una logica causa effetto tra raccontare la violenza nella finzione e motivarla nella realtà. Infatti ho scritto “fatte salve le responsabilità personali”.
      E sia chiaro che non invoco censure, ci mancherebbe. Dico che uno storyteller dovrebbe essere consapevole dei mezzi che adopera, esibizione della violenza compresa.
      Se prendi the killing joke o The dark knight return, per restare alle cose di batman, ti rendi conto che la violenza ha una sua funzionalità quella sì catartica rispetto alla vicenda messa in scena. E però ti chiedo e mi chiedo: hai mai visto un episodio di serie come Nip/Tuck o i film della serie Saw? E’ tutta roba funzionale al racconto come avveniva in Euripide o Ovidio? Io penso di no. Penso che ci sia molto compiacimento gratuito.
      C’è un uso estetico della violenza che affiora sempre più spesso. Non sto negando la qualità espressiva di un buon horror (a chi piace il genere) o di un crudo noir. Dico semplicemente che anche se parliamo di horror e noir ciò che avviene nella storia dovrebbe avere un senso e non essere buttato lì semplicemente per riempire l’occhio bulimico ipertrofizzato di lettori e spettatori. E se lo si fa, bisogna avere il coraggio di ammettere che quell’immaginario sedimenta nelle menti delle persone.

      • 20 agosto 2012 11:52 am

        Credo di aver visto giusto una puntata di Nip/Tuck prima di cancellarlo dalla mia esistenza, e il primo Saw, che mi ha convinto pochino, e concordo coi tuoi commenti in proposito. Però credo che le persone “normali” (passami il termine inadatto, ma non me ne viene uno migliore) siano in grado di entrare e uscire dalle storie, relegandole al ruolo di intrattenimento o a motivo di riflessione, a seconda del caso. Poi ci sono persone per cui non è così, quelle “influenzabili”, quelle in cui la storia sedimenta, ma credo siano persone in cui qualunque storia sedimenterebbe in modo deviato. Non voglio difendere film o racconti di inutile violenza, o dire che sia lecito produrre e distribuire qualunque cosa, semplicemente che non riesco a dare tutta questa responsabilità ad un cantastorie. Qualche anno fa si demonizzavano i giochi di ruolo, ora i videogiochi, ai tempi dei miei la colpa era del rock, insomma: nell’era “contemporanea” la colpa è di qualcun’altro che va additato e messo alla gogna. Eppure atti di questo genere si ripetono da sempre, da prima di Batman, o dei gdr, o del cinema. Ci sono pagine di storia medievale intrise di sangue. Ci sono episodi di una crudezza così immotivata e insensata che a nessuno sceneggiatore salterebbero in mente. Ma fino a quando ci si può al massimo armare di un coltello, i danni si “circoscrivono” a quelli di una medea come un’altra. Quando invece basta ordinare una tv su amazon per trovarsi accidentalmente a casa un fucile d’assalto le cose si complicano (o semplificano, a seconda dei punti di vista…). Per non parlare delle orde di giornalisti che si eccitano davanti ad una strage e sono pronti a ricoprire di fama chi l’ha compiuta… Per come la vedo io, lo psicotico che si mette un vestito da Joker per sparare in un cinema non vuole tanto emulare il suo anti-eroe, quanto essere portato agli onori della cronaca. Lo ha fatto in modo sensazionale. Ha ottenuto ciò che voleva. La colpa è del costume da Joker?

  2. 20 agosto 2012 2:21 pm

    No, la “colpa” non è del costume da joker. Non l’ho detto e non lo penso. Ma che a scelta del costume faccia parte della follia non me la sento di negarlo.
    Perché il pazzo non è entrato in quel cinema dicendo sono Santa Maria Goretti e vengo a redimervi. E se l’avesse detto avremmo discusso per mesi sugli effetti nefasti che l’oppio religioso provoca nelle menti degli idioti e dei bigotti.
    Non voglio essere blasfemo ma, da questo punto di vista, per me la Bibbia e Detective Comics pari sono. Entrambi costruzioni narrative che creano suggestioni, stimolano desideri ed emozioni. Non so se questo significhi “influenzare”: a quanto capisco nessuna scienza è capace di dircelo con certezza. Però sono convinto che come persone siamo anche il prodotto delle storie che ci hanno forgiato.
    Ad esempio, sono contento che mio nonno mi raccontasse da piccolo di come fosse sopravvissuto alla guerra. Di cosa era la vita quotidiana sotto il fascismo. E sono contento di aver ascoltato e letto altre centinaia di storie che mi hanno ispirato, commosso, spaventato, fatto pensare.
    D’accordo. mi dirai: c’è una differenza tra storie reali e storie di finzione, tra intrattenimento e cose serie. Certo che c’è. Ma ci sono anche meccanismi comuni che, purtroppo, se “male” utilizzati possono innescare derive pericolose. Per cui mi sta anche bene il racconto della violenza efferata se l’obiettivo è Macbeth, Maus o, su un piano diverso, persino Kenshiro. In altri casi, però invece la violenza finisce per essere pornografica: ti mostro qualcosa di inaudito per metterti a disagio, per provocare al tuo occhio “anestetizzato” di consumatore mediatico incallito , un brivido nuovo.
    E per forza di cose, questo tipo di estetica sposta sempre il confine più in là, perché vale solo il gusto della novità, dell’inedito, del mai visto prima qualcosa di così scioccante.
    Ora la domanda è: esiste un limite? Io penso che debba esistere. E siccome non voglio che siano i moralisti e i censori a imporlo, o peggio ancora le istituzioni, come a volte accaduto in passato, preferirei che fossero i narratori stessi a farsi carico di queta sensibilità. Di considerare che esiste un’etica oltre che una tecnica del racconto.

    • 20 agosto 2012 3:04 pm

      Sulla tua ultima affermazione sono d’accordo: ci sono fin troppi esempi di esibizione della violenza per il mero gusto di fare spettacolo, cosa decisamente folle. Però quando mi parli di Maus o Macbeth, no. Quello che voglio dire è che mentre il Macbeth è la “favola” oscura a cui ci preparano da sempre i narratori, Maus è la narrazione di una violenza reale. La follia di un individuo, sia esso un re, o un Joker, o una regina di cuori, è argomento delle storie che a tutti noi piace, morbosamente, guardare. Perchè, che ci piaccia o no, il male e il bene fanno parte di noi, e avere questa bella dicotomia così smaccatamente esibita davanti ai nostri occhi, è più stimolante e attraente di 2 ore di film piatto in cui i problemi sono quelli del nostro quotidiano. Al contrario Maus nasce da una follia umana e mostruosa ispirata da nulla di diverso che l’uomo stesso. Non è il Macbeth ad ispirare Maus, ma il male allo stato puro che si auto-ispira. Non so se riesco a spiegarmi: quel che voglio dire è che nessun “cattivo” della fantasia riesce a eguagliare la perversione già presente (e messa in atto) degli psicopatici autentici, tutto al più è la finzione che può esserne ispirata. La violenza di Maus non è pornografica. La violenza che ha ispirato Maus lo è. Ed è reale. E’ accaduta senza narratori ad ispirarla, e con un coinvolgimento di talmente tante persone che è difficile credere che sia successo davvero, e praticamente ieri.
      Siamo morbosi: andiamo da secoli a guardare un uomo in costumino sgargiante piantare pali acuminati su un toro. Abbiamo fatto spettacolo del mettere al rogo delle donne. Le torture erano esibizioni pubbliche gettonatissime (magari il Joker di Aurora qualche secolo fa si sarebbe vestito da alto prelato…). Non ci serve un’ispirazione: è quello che abbiamo dentro e che in qualcuno prevale. La “letteratura” può essere di ispirazione per una messa in atto più “creativa” e teatrale, ma è solo “forma”. La sostanza, invece, è tutta lì.
      Mi sa che sono finita un po’ OT… :)

      • 20 agosto 2012 8:48 pm

        Non so se sei finita OT ma so che era tutto molto interessante. Grazie per i contributi.

      • 21 agosto 2012 9:02 am

        un argomento stimolante… grazie a te :)

  3. 21 agosto 2012 5:24 pm

    bella discussione! indubbiamente avete ragione entrambi, chè ci sono diversi modi per riflettere sull’argomento. è chiaro che se ad un’anima candida fai vedere e vivere situazioni violente, quella, dai oggi e dai domani, finisce per perdere il suo candore. ricordo una cosa che mi è capitata con i figli. avevo comprato ad entrambi – su richiesta e mio malgrado – il gioco ” tekken 3 ” un picchiaduro impossibile che odiavo con tutte le forze. dopo poco ho visto che i due se le davano di santa ragione, convinti che tutte le diatribe tra loro dovessero risolversi a calci e pugni. inutile dirvi che il gioco è stato sequestrato per un bel periodo di tempo e solo dopo moltissimo e per mezzo di promesse ” tangibili ” lo hanno riavuto. certo non ho dimostrato granché – ci sono spesso fior di angioletti biondi e carini, che compiono stragi famigliari senza apparente ragione – ma, secondo me, una ” buona ” dose di condizionamento apparente o subliminale potrebbe indurre in tentazione coloro che con il cervello non stanno veramente a posto.

    • 22 agosto 2012 2:34 am

      Il discorso dei “minori” ci porterebbe ancora più lontano. Anche perché non vorrei che pretendessimo dai “cantastorie” di farsi anche pedagoghi e alle storie di finzione di rimpiazzare scuola e famiglia… (comunque Mizaar se ti è di consolazione, da piccolo ero un gran consumatore di picchiaduro, eppure eccome qui perfettamente sano… Beh quasi :))

      • 22 agosto 2012 8:32 am

        della correttezza dei figli posso testimoniare – almeno credo! :-D riflettevo sulla validità di certi giochi e in fondo non tutto il danno viene per nuocere! entrambi conoscono a menadito la storia delle due guerre mondiali per averla ” vissuta ” attraverso i giochi, ma non credo abbiano voglia di viverla per davvero!

      • 22 agosto 2012 8:47 am

        In effetti giochi e tv sulle menti “in formazione” possono avere tutto un altro impatto, e la famiglia e la scuola dovrebbero insegnare anche il confine tra realtà e finzione. Sono cresciuta anch’io coi picchiaduro, ma di certo non mi hanno influenzata… in compenso ai tempi delle medie un ragazzo di un’altra sezione si ruppe 2 costole cercando di replicare i 100 colpi di Okuto…

      • 27 agosto 2012 8:30 am

        goldie, la scuola fino ad un certo punto… la famiglia è un nucleo fondamentale. se l’educazione non nasce di lì, non c’è scuola che tenga!

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