Ciao Ragazza di domani

Perdona questa faccia stupita, vagamente incredula. Perdona questa barba lunga e queste occhiaie da panda strabico.

E’ che da mesi dormo poco. Da quando Lei mi ha detto che saresti arrivata,  anche se non ti aspettavamo più.

Non prendertela ragazza di domani… E’ che questo appuntamento l’avevamo rimandato tante, forse troppe volte ormai. Almeno così pensavamo, un poco per paura, un poco  per pudore. Perché…

…Perché nell’altra stanza c’è Cucciolo che è un rumorista fantastico, lo senti? Fa i suoni dei motori delle astronavi che sembra il TTX dei film di George Lucas, altroché… E allora, di fronte a questa meraviglia, alla fine  ci siamo detti che forse pretendere anche qualcos’altro era da ingrati.

Ma tu non sei “qualcos’altro”. Ora me ne rendo conto, mentre guardo – incredulo e felice –  il cuore sbrilluccicare nel monitor.

Tu sei Tu. Semplicemente la nostra ragazza.

E anche per “domani” manca ancora un poco, ragazza mia, sono già qui che ti aspetto, con il  mio sorriso migliore, con una bel libro da leggerti, con il meglio che so e saprò fare.  Sempre.

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Oltre la collina: aiutiamoli a casa loro, ovvero a casa nostra

…In poche ore, l’aereo che mi ha portato qui ha attraversato oceani e paesi che sono stati crogiolo della storia dell’umanità. In pochi minuti abbiamo seguito le tracce delle migrazioni degli uomini nel corso di migliaia di anni; in pochi secondi abbiamo passato campi i battaglia dove milioni di uomini hanno combattuto e sono morti.

Non abbiamo visto nessun confine nazionale, nessun vasto golfo o alte mura che dividono le popolazioni; solo la natura ed il lavoro dell’uomo – case, fabbriche, fattorie – che riflettono lo sforzo comune di arricchire la propria vita…

 Solo un uomo attaccato alle cose terrene può ancora aggrapparsi alla buia ed avvelenante superstizione secondo cui il suo mondo è delimitato dalla collina più vicina, il suo universo finisce alla rive del fiume, la sua comune umanità è racchiusa nello stretto circolo di quelli che condividono con lui città, vedute e colore della pelle.

Nel 1966 Robert Kennedy, in Sud Africa,  pronunciò uno dei più bei discorsi della sua (troppo breve) carriera politica.

Era un discorso che parlava di immigrazione e progresso, di civiltà e diritti. Mi è tornato in mente l’altra sera, mentre sui media infuriava la polemica su “aiutiamoli a casa loro” di Matteo Renzi.

Non entro nel merito della questione – l’hanno fatto persone ben più titolate di me –  quello che personalmente mi colpisce su tutto, ancora una volta, è l’assoluta – sconvolgente – mancanza di orizzonte del paese e della sua classe dirigente.

Guardate, se vi andate a leggere con attenzione il discorso di Kennedy, vedrete che in fondo un “aiutiamoli a casa loro” c’è anche nelle sue parole.

Ma è un “aiutiamoli a casa loro” concreto e realista, che parte da una banale annotazione  (già nel 1966, figuriamoci oggi oltre 50 anni dopo):  non esiste più alcun confine fisico in grado di separare gli abitanti del pianeta. Insomma, casa loro è anche casa nostra (e viceversa).

Magari, la spiegazione può non convincere tutti. Magari si possono  proporre soluzioni meno “buoniste” (o presunte tali)  e più ciniche.  Ma dubito che si possa farlo, senza trovare il coraggio di guardare davvero oltre la collina più vicina.

 

 

Solo per una partita

In questi giorni qualche amico – sapendo della mia passione bianconera, in vista della finale di Cardiff, mi ricorda a mò di sfottò le tante finali perse dalla Juventus. E va bene così, ci sto.

Ma vi devo dire la verità?  Tra le tante finali perse, l’unico rimpianto che ho è per quella vinta con dolore esattamente 32 anni fa.

Quel dolore che non passa mai e che meriterebbe magari qualche pensiero in più anche da chi ha una “fede” calcistica diversa dalla nostra.

Perché quei 39 dello stadio Heysel prima che essere juventini, erano semplicemente appassionati di calcio. Partiti al mondo come tifosi e mai più tornati. Solo per una partita.

Ai poster l’ardua sentenza

Ieri sera, ascoltando Matteo Renzi dire di come a 16 anni avesse staccato tristemente il poster di Baggio dalla parete della cameretta, il giorno in cui il Divin codino passò alla Juve, non ho potuto fare a meno di pensare a come è strano il mondo. Mentre lui staccava, io e il Gaucho appendevamo felici il nostro con la nuova maglia.

E’ il calcio, è il campanile ma non dovrebbe essere, per esempio, la politica. Almeno per un progressista che va alla ricerca di quella felicità bella se condivisa di cui cantava Gaber

E invece il giorno dopo il confronto televisivo delle Primarie PD, in giro leggo solo commenti da fan:

“Quello è stato più bravo… Quell’altro non sa comunicare… Quell’altro ancora è troppo vecchio…”

Come se alla fine stessimo parlando ancora di poster da appendere nelle camerette e non della ricerca di un leader autentico per il più grande partito del centrosinistra italiano.

Il confronto – a mio avviso – non è stato granché, ma alla fine mi chiedo: è un limite solo dei tre davanti alla telecamera, o anche nostro come Generazione, come Comunità, come Paese?

Salieri non abita qui

Fin da ragazzino, tutti mi dicevano che scrivevo bene. Ed era vero. Sapevo e so scrivere.

Ma quando ho iniziato a frequentare le scuole di scrittura prima, e poi per qualche tempo a scrivere “professionalmente”, ho avuto la conferma che non ero l’unico.

Ho conosciuto tanta gente che scriveva bene come me. Meglio di me.

Alcuni oggi sono dei nomi. Altri lo diventeranno, ne sono convinto. Altri ancora, forse non faranno fortuna – perché purtroppo nella vita, a volte, essere bravi non basta – ma resteranno scrittori e scrittrici migliori di me.

Ecco, forse, il lascito più grande di quell’esperienza, oltre a qualche soldo in diritto d’autore e qualche piccola vanesia soddisfazione, è aver imparato a riconoscere e rispettare il talento degli altri, nella scrittura come in tutti i campi della vita.

Riconoscere il talento degli altri, non vuol dire svilire il proprio, tanto o poco che sia. Significa vivere con serenità i propri limiti, senza farli diventare “mancanze fatali” che avvelenano la vita.

Altrimenti si diventa come certe tristi figure che capita in certe occasioni d’incontrare, talmente incattivite e invidiose, da non riuscire nemmeno a godersi le qualità che hanno, presi come sono dal denigrare quelle degli altri.

Last (but not least) Jedi

E niente. Hai voglia a fare lo scafato, il nerd di mondo, quello che

ne ho viste  e lette di cose che voi staruorsiani che puzzate di latte  e Jar Jar Binks non potete nemmeno immaginare…

Basta che quei paracool dalle parti di Hollywood annuncino il titolo del prossimo film e anche tu inizi a liquefarti nell’attesa  come la lava sul pianeta Mustafar.

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In particolare adesso che il piccolo padawan di casa fibrilla insieme a te, mentre vi lavate i denti e mugugnate congetture al fluoro sul Jedi che verrà.

Il titolo sarà riferito a quel vecchio rinco di Luke, come l’hai visto l’ultima volta  con la barba alla Padre Pio? Gli faranno la pellaccia come… No, no niente spoiler che magari un vecchio soldato giapponese, rinchiuso in un bunker sotto i ghiacci del polo senza tv via cavo, ancora non li ha visti i film precedenti…

Papà e se l’ultimo Jedi fosse la ragazza Rey?

Si, figlio, bravo hai ragione, potrebbe essere. E a te vengono i lucciconi  orgoglioni agli occhi guardando il tuo piccolo padawan, come Anakin guardando Luke quando si toglie il cascone alla fine de Il ritorno dello Jedi. Perché la nerditutine scorre potente nella nostra famiglia.

E’ il potere della Forza. La Forza del franchise.

 

 

 

…Che tu sei qui

O me, o vita! domande come queste mi perseguitano:
degli infinti cortei d’infedeli, di città gremite di stolti,
di me stesso sempre a biasimare me stesso, (perché chi più stolto di me, chi di me più infedele?)
di occhi che invano anelano la luce, del significato delle cose, della lotta che sempre si rinnova,
degli infelici risultati di tutto, delle sordide folle ansimanti che vedo attorno a me,
degli anni inutili e vacui degli altri, e di me intrecciato con gli altri,
la domanda, ahimè! così triste, ricorrente – Cosa vi è di buono in tutto questo, o me, o vita?

Risposta:  
Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità.

Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.

Walt Whitman, “O Me! O Vita!”

(E poi, se avete tempo e non l’avete ancora fatto, ascoltatevi il suo discorso finale da Presidente).

Immagina tre re

Immagina, col fiammifero acceso, quella sera, la grotta,
e per sentire freddo ricorri alle fessure del piancito,
bastano le stoviglie per provare la fame,
quanto al deserto, è ovunque, in ogni dove.

Immagina, col fiammifero acceso, la grotta
a mezzanotte, il falò, silhouette di oggetti
e di animali, e, il viso nelle pieghe di un telo stazzonato,
anche Maria, Giuseppe e il Bimbo infagottato.

Immagina tre re, le carovane prossime alla grotta,
anzi tre raggi diretti su una stella,
cigolìo di carriaggi, sonagli tintinnanti
(quel bimbo non si è ancora guadagnato

rintocchi di campane nel turchino addensato).
Immagina che per la prima volta, di là dal buio
di uno spazio infinito, Dio ravvisi se stesso nel Figlio
fatto Uomo: un senzatetto in un altro negletto.

Iosif Brodskij, La grotta (trad.  Anna Raffetto)

via Graphomania

Epifania

Ci sono storie senza tempo ma c'è un tempo per ogni storia.