Morning: quanto Costa la qualità d’informazione?

Stamattina, Francesco Costa, vicedirettore de “Il Post”, si è affettuosamente congedato da quella parte di fedeli ascoltatori di “Morning”, la rassegna stampa via podcast, curata ogni mattina per il quotidiano online, che da lunedì prossimo non potranno più seguirlo.

Per le sue prime 99 puntate il podcast è stato “aperto a tutti”, con una felice scelta editoriale che ha permesso alla rassegna e al suo conduttore di farsi conoscere e apprezzare da tanti. E, forse, proprio per il suo crescente successo, “Morning” è diventato, mi sembra, un vero e proprio esperimento di fidelizzazione per tutto “Il Post”.

Da lunedì prossimo, potrà continuare ad ascoltarlo solo chi è abbonato a “Il Post”, esattamente come per tutti gli altri, interessanti, podcast prodotti nel tempo dal quotidiano diretto da Luca Sofri.

So du’ etti e mezzo di Morning, signora, che faccio lascio?

Con un insospettabile talento da “paper boy”, lo stesso Francesco Costa si è ritagliato nel corso delle ultime rassegne, dei piccoli spazi promozionali per invitare – con molta autoironia e passione – i lettori/ascoltatori ad abbonarsi per continuare a seguire “Morning”.

Ci sta. La pubblicità è l’anima del commercio, persino del commercio mediale, quel consumo culturale d’informazione che tutti noi ogni giorno facciamo, con contenuti ” a gratis” (ma lo sono davvero?) oppure acquistati.

Per esempio, io a pagare di tasca mia per informarmi, sono abituato fin da ragazzo. Penso di essere l’unico teenager al mondo che abbia chiesto ai propri genitori, come regalo di compleanno, l’abbonamento a un quotidiano… All’epoca esisteva solo il “cartaceo”, come si usa dire oggi con un’espressione che fa molto Era del Pleistocene, ma che rispecchia, ahimè, le quarantasette primavere con cui guardo le cose attraverso le lenti, ormai, multifocali.

Trent’anni fa, un abbonamento del genere era una roba relativamente costosa, o almeno così lo ricordo con il metro di spiantato ragazzino. Eppure mi sembrava un consumo necessario, indispensabile come l’aria che respiravo.

Malgrado, la diffidenza – diciamo pure nausea in molti casi – che ho maturato nel tempo da lettore e da “operatore della comunicazione” verso il circuito dei media del nostro Paese, una parte di me continua a pensare che pagare per informarsi sia una buona cosa. Ovviamente, il corollario del ragionamento è “scegliendo bene e potendoselo permettere”.

Ecco, esattamente qui sta il punto.

Il Mattino ha Morning in bocca

Ascoltando oggi Francesco Costa ricordare che da lunedì mattina solo “noi” abbonati potremo seguire la sua rassegna – lo ammetto – ho provato quel filino di egoistico piacere che provi nei grandi parchi d’intrattenimento quando salti la fila chilometrica, perché ti sei pagato un “pass” speciale.

Ed io sono contento di pagare il pass per poter continuare a seguire l’ottima rassegna di Morning, le argute chiose di TienimiBordone e gli altri interessanti contenuti speciali che “Il Post” produce.

Posso permettermelo, magari rinunciando a un maglione griffato durante l’anno: meno La Coste e più Il Costa. Ma, a parte gli scherzi, voglio anche ricordare a me stesso che questo abbonamento alla buona informazione è un privilegio.

Perché, per fortuna, la crisi non mi ha portato via il lavoro come accaduto a tanti. Perché, per fortuna, non devo scegliere tra un abbonamento ad un quotidiano e un giocattolo ai miei figli. Perché , per fortuna, non devo fare come quell’anziano signore che, l’altra sera, al supermercato, con molta dignità, ha appoggiato sul bancone la spesa fatta e, poi, passando alla commessa una banconota da venti euro, ha chiesto:

Ho solo questi. Ce la faccio a pagare tutto?

Insomma sono contento che, come abbonato e affezionato lettore de “Il Post”, da lunedì potrò in esclusiva continuare ad ascoltare “Morning“. Ma sarei stato altrettanto contento, se con il mio abbonamento avessi contribuito minimamente a tenere “Morning” aperto a tutti, esattamente come sono contento che, con il mio abbonamento , l’informazione di qualità de “Il Post” resti disponibile in rete.

Inutile nasconderselo: non esiste un diritto pubblico alla buona informazione. Dobbiamo conquistarcelo nel libero mercato delle news con le nostre scelte di lettori e consumatori , perché come ha scritto un pericoloso rivoluzionario:

“Stranamente, non abbiamo mai avuto più informazioni di adesso ma continuiamo a non sapere che cosa succede.”

Le immagini del post sono : Norman Rockwell “The polls” (Copertina del Saturday Evening Post, 1944 – particolare); Norman Rockwell “Behind the Newspaper” (Copertina del Saturday Evening Post, 1930 – particolare); “Norman Rockwell visits a country editor” (illustrazione del Saturday Evening Post, 1946) 

Don`t cry for me, lionel

Questa incredibile domenica di sport è iniziata già stanotte, dall’altra parte del mondo. Si giocava la finale de la “Copa America”, l’equivalente sudamericano degli Europei.

L’ha vinta l’Argentina di Messi sul Brasile di Neymar che giocava in casa, al mitico stadio Maracana’ di Rio de Janeiro. In casa per modo di dire, perché la tragedia Covid che sta ancora devastando il Brasile, ha obbligato a blindare lo stadio. Ma dal punto di vista sportivo resta una cosa enorme perché l’Argentina non vinceva trofei da 28 anni. Perché finalmente il grandissimo Messi trionfa con la sua nazionale a 34 anni.

Lionel Messi, “la pulce” incantata: lui a che a livello di club, col Barcellona ha vinto tutto, coppe e palloni d’oro ma in Nazionale – nonostante una finale mondiale – non è stato mai considerato alla stregua di Maradona… E a proposito di Diego, i più fervidi credenti del Dio del calcio già dicono che anche stavolta è stato lui a dare una mano ( invisibile ma sempre decisiva) a Messi & co.

Sta di fatto che l’Argentina ha vinto battendo il Brasile in Brasile, che vista la profonda rivalità calcistica e culturale tra i due paesi, è una roba colossale tipo Pelè vs Maradona, Roma vs Lazio, Beatles vs Rolling Stones, Diabolik vs Ginko, tutto shakerato insieme… Non è un caso che un maestro dei fumetti come Liniers citi nella vignetta, postata qualche ora fa, il termine “Maracanazo”…

Il cartoonist argentino ricorda la mitica finale dei mondiali del 1950, quando il piccolo Uruguay contro ogni pronostico batte’ in casa loro la fortissima Selecao dell’epoca. La leggenda racconta che la delusione fu talmente forte in Brasile da provocare malori sugli spalti e rivolte nelle piazze… Stavolta non sarà così si spera e il Brasile, purtroppo, ha una sfida ben più tragica da vincere.

Ma il calcio, lo sappiamo, è la cosa più importante di quelle meno importanti, e Messi a fine partita si è inginocchiato in lacrime, come pochissime volte l’avevamo visto fare per una vittoria. Un pianto liberatorio a esorcizzare una “maledizione” lunga 28 anni.

Lionel Messi

“Ci sono cose che pensi di non poter fare, ma a volte devi solo provarci…”

Forse sarà che sto invecchiando.
Ma io a una roba enorme come “Luca” riesco a perdonare persino qualche minuscolo limite che, da “ex cartoonaro”, magari intravedo pure.
Forse sarà che di fronte alla storia umana e professionale di uno come Enrico Casarosa, la commozione è tale e tanta da superare tutto il resto.
Forse sarà che ho amato così tanto il suo corto “La Luna”, che questo lungometraggio mi sembra la giusta evoluzione di quel discorso.
Forse sarà semplicemente, che come sempre accade, “Luca” mi ha toccato perché stasera io e la mia famiglia avevamo bisogno di una storia così.
Così leggera e profonda, da tenere insieme Fellini e Collodi, Miyazaki e Calvino, così autenticamente “Pixar inspired”, eppure anche così assolutamente “nostra”..

Cosa siete capaci di fare in 108 minuti?

Un’ora e 48 minuti. Il tempo di guardarsi alla tv una partita di calcio (supplementari eventuali compresi) oppure un film, oppure un paio di episodi della vostra serie preferita. Se siete sportivi, potreste utilizzare 108 minuti per andare in palestra o correre. Se siete gourmet, ve ne basterebbero 100 per preparare e infornare l’anatra all’arancia, almeno così dice il mio manuale di cucina…

108 minuti, meno di due ore, una bazzecola nelle nostre frenetiche agende di tutti i giorni, eppure…

Sessant’anni fa, il 12 aprile 1961, bastarono 108 minuti a Jurij Alekseevič Gagarin per arrampicarsi fra le stelle, orbitare intorno alla Terra e tornare giù incolume, tra i contadini stupiti della steppa russa.

108 minuti per scrivere una pagina indelebile nella storia dell’umanità, perché senza “il bambino Jurij” come lo chiama Claudio Baglioni una celebre canzone, non avremmo avuto nemmeno il primo passo di Neil sulla Luna e tutto quello che l’era spaziale ci ha spinto a fare da allora. Tutto quello, soprattutto, che l’era spaziale ci consente oggi sulla Terra, grazie alle tecnologie che per queste imprese sono state create ma che poi sono diventate patrimonio collettivo.

108 minuti che possiamo rivivere tutti grazie anche a una roba straordinaria che, qualche anno fa in occasione del 50° anniversario dell’avventura di Gagarin, fecero Paolo Nespoli e gli altri “nipotini” di Jurij, di mestiere astronauti e cosmonauti, sulla Stazione Spaziale Internazionale, riprendendo dalla ISS esattamente quello che Gagarin vide orbitando attorno alla Terra.

Il documentario si chiama “First  Orbit” e dura, manco a dirlo, poco meno di 108 minuti.

Forse qualcuno lo troverà noioso, io l’ho trovato meraviglioso, perché mi ha ricordato come non 108, ma anche solo un minuto della nostra vita, valga la pena di essere vissuto, dedicandolo alle bellezze del Creato come quelle che lui, primo tra gli esseri umani, ebbe il privilegio di contemplare dallo Spazio.

O’, appi daIS!

Il problema non è Renzi in quanto Renzi. Ma la generazione di cui Renzi fa parte e che, ormai da qualche anno, si è prima candidata e, poi, ha assunto la guida del paese con esiti disastrosi. Mi dispiace ammetterlo, perché è la mia generazione. Ma se riusciamo a farci rappresentare solo da Renzi, Salvini, Meloni & co. un motivo deve esserci.

Nanni Moretti additando i limiti della generazione precedente ( la sua, quella di D’Alema, Veltroni, etc.) diceva che era tutta colpa di “Happy Days” che li aveva segnati in negativo, assuefatti a una visione del mondo posticcia e inconsistente. Noi forse ce la dovremmo prendere con “Top Gun”, “Rocky IV” e i fratelli Vanzina. Con Miwa che lanciava i componenti, con la vecchietta che sbagliava sempre candeggio, con Goldrake e Lupin III…

Non lo so ma è un fatto, che chiunque di quella generazione oggi si trovi in posti di comando, piccoli o grandi che siano, quasi sempre si dimostra inadeguato. E l’unica cosa dignitosa, forse, sarebbe farsi da parte: accettare di aver già fallito e passare la mano. Ma dubito che qualcuno di loro, qualcuno di noi, troverà mai questo coraggio. Per cui continueranno, anzi continueremo, a far danni per almeno un altro decennio, temo, finché qualcuno non sentirà il bisogno di rottamarci.

Era il tempo migliore e il tempo peggiore

“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte — a farla breve, gli anni erano così simili ai nostri, che alcuni i quali li conoscevano profondamente sostenevano che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo…”

Charles Dickens, Racconto di due città (1859).

7 film a Natale

Mia moglie alla sola proposta- dopo vent’anni – ha già minacciato di rivolgersi al Tribunale dell’Aja contro i crimini di guerra. Cucciolo dopo i primi anni d’entusiasmo dà cenni di cedimento e mi tradisce con la Playstation. Potrei tentare con cucciola, ma a tre anni dubito che mi darebbe soddisfazioni…

Eppure il “Xmas addicted” che è in me non demorde e , anche quest’anno, si (ri)gusterà le pellicole di cui proprio non può fare a meno in questo periodo, neanche in un Natale collettivamente sfigato e melanconico come questo.

Primo giorno: “Vacanze di Natale” (1983)

Prima che il cinismo e il compiacimento li travolgesse, perfino i fratelli Vanzina hanno fatto qualcosa di buono per il Natale con il “prequel” di tutti i cinepanettoni, il racconto di formazione di tutti noi “MarioMarchetti-agers” degli anni Ottanta.

Le settimane bianche che ricordo della mia infanzia erano ambientate a Rivinsondoli in Abruzzo… Che non aveva esattamente lo stesso charme della Cortina d’Ampezzo del film, ma la varia umanità rappresentata dai Vanzina era esattamente la stessa che incontravamo noi sulle piste da sci e nei rifugi, o più semplicemente per le strade di Roma e Milano. E, se siete stati fortunati come me, magari anche voi avete avuto la vostra Karina Huff da sognare…

Secondo giorno “Le 12 fatiche di Asterix” (1976)

Che c’entrano Asterix e Obelix il Natale? Tutto, ancora una volta, se siete stati ragazzini negli anni Ottanta. Che a raccontarlo a cucciolo sembra di parlargli delle Guerre Puniche e, mediaticamente, in effetti stiamo parlando di un’altra epoca dell’umanità. Prima di Netflix e Prime, prima dell’abbondanza satellitare e digitale, caro figlio, c’è stato un tempo in cui vedere un lungometraggio a cartoni animati era unna magia che i bambini potevano permettersi in tv solo durante le vacanze di Natale.

Tra tutti, questo terzo film della serie “Asterix e Obelix” resta un gioiello, anche a distanza di…oltre quarant’anni (sigh!). René Goscinny e Albert Uderzo, all’epoca, speravano ancora di diventare i “Disney d’Europa” trasferendo il clamoroso successo del loro fumetto in uno studio d’animazione. Quel che resta è una storia finemente scritta e diretta, a metà tra satira sociale e parodia mitologica, con “Kafka break”- degni dei Fratelli Coen.

Terzo giorno: “La vita è meravigliosa”

…E dopo aver “scaldato” le mascelle coi sorrisi, qui s’inizia a far lavorare gli apparati lacrimali, come si conviene coi grandi film che sanno di vischio, musica di campane e stelle comete nel cielo.

Si parte dal classico dei classici del maestro Frank Capra, con l’uomo buono per eccellenza James Stewart/George Bailey a tenere in piedi il suo destino e quello di una comunità perché:

“…La vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto.”

Quarto giorno: “The family Man” (2000)

Sono sempre convinto che parte dell’emozione che un’opera produce (film, romanzo, fumetto, canzone) sia frutto del momento che stiamo vivendo. E, allora, permettetemi di inserire nel novero degli indelebili delle festività, questa commedia relativamente recente, diretta da Brett Rattner.

Per certi versi un clone moderno de La vita è una cosa meravigliosa, per altri una riflessione sugli stili di vita e sul valore della famiglia. Qualcuno lo troverà patetico, qualcuno retorico, ma dopo la visione di questo film, una decina di anni fa non solo avevo gli occhi lucidi, ma mi sentivo in pace col mondo … Poco prima di cambiare un altro pannolino, ricolmo di profumata allegria da cucciolo…

Quinto giorno: “Un biglietto in due” (1987)

Spesso confuso con il più noto “Una poltrona per due” (altra pellicola sicuramente indovinatissima sul Natale ma non in incluso nei miei “must”) è un film – ai più – sconosciuto e sottovalutato.

Invece, Steve Martine John Candy sono una coppia degna di Stan Laurel e Oliver Hardy in questa “odissea comica”. Due personaggi, che più distanti non si potrebbe, sono costretti a restare insieme nel disperato tentativo di tornare a casa in tempo per festeggiare il Natale con i propri cari. Attraverseranno gli Stati Uniti, funestati dal maltempo, in una escalation di sfighe che regala sorrisi, ma ci riporta anche ai migliori sentimenti del Natale.

Sesto giorno: “Natale in casa Cupiello” (1977)

Vabbeh… i cinefili avrebbero da ridire su questo inserimento televisivo. Parliamo dell’adattamento tv della commedia teatrale di Eduardo De Filippo ( scritta e rappresentata inizialmente nel 1931), ripresa e replicata varie volte per il piccolo schermo dal maestro e, poi, anche da recenti, coraggiosi, epigoni .

A parte Il Canto di Natale di Charles Dickens (vedi giorno successivo), non c’è un’altra storia che sappia raccontare, con la stessa profondità, tutte le sfumature del Natale. Un Natale che “si presenta con tutti i crismi” in casa Cupiello e che, nella passione smodata di Eduardo/Luca per “o’ presepe”, trova l’allegoria dei sentimenti e delle debolezze umane perché “il presepe è commovente”.

Ed io, infatti ogni volta mi commuovo. Magari per voi saranno solo scene di un immaginario folklorico, ma per me sono la fotografia sentimentale di quanto avveniva a casa, quando mio nonno, almeno due mesi prima, cominciava a preparare il suo gigantesco “presepio” e cominciava, allo stesso tempo, a discutere con mia nonna… Ma questa, come dicono quelli bravi, è un’altra storia.

Settimo giorno: “Festa in casa Muppet” (1992)

Che cos’è il pop? E’ la possibilità di contaminare insieme cose diverse, la grande letteratura di Charles Dickens, per esempio coi i pupazzi televisivi di Jim Henson, per creare una delle più sorprendenti versioni cinematografiche de Il canto di Natale di sempre.

Tutto si regge sul filo dell’ironia e della parodia. Roba da bambini verrebbe da dire, se non fosse per un gigantesco, colossale, assoluto Michael Caine che recita benissimo anche accanto a una rana di pezza, regalandoci un fiabesco e archetipico Scrooge.

Il resto è nella magia della storia indelebile di Charles Dickens, capace di commuovere anche i sassi. E se quella magia, guardando Festa in casa Muppet non siete riusciti a provarla, lasciate pure un messaggio, in coda al post. Manderò tre amici fantasmi a trovarvi.

Ci sono storie senza tempo ma c'è un tempo per ogni storia.