Oggi più che mai

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri, non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri, non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri, coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri, non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri, coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri, coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso, e di’: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Pensa agli altri, Mahmoud Darwish

Aspettando l’elezzione

Un giorno tutti quanti l’animali
Sottomessi ar lavoro
Decisero d’elegge’ un Presidente
Che je guardasse l’interessi loro.

C’era la Societa de li Majali,
La Societa der Toro,
Er Circolo der Basto e de la Soma,
La Lega indipendente

Fra li Somari residenti a Roma,
C’era la Fratellanza
De li Gatti soriani, de li Cani,
De li Cavalli senza vetturini,
La Lega fra le Vacche, Bovi e affini…
Tutti pijorno parte a l’adunanza.

Un Somarello, che pe’ l’ambizzione
De fasse elegge’ s’era messo addosso
La pelle d’un leone,
Disse: – Bestie elettore, io so’ commosso:
La civirtà, la libbertà, er progresso…
Ecco er vero programma che ciò io,
Ch’è l’istesso der popolo! Per cui
Voterete compatti er nome mio… –

Defatti venne eletto propio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
E allora solo er popolo bestione
S’accorse de lo sbajo
D’ave’ pijato un ciuccio p’un leone!

– Miffarolo!… Imbrojone!… Buvattaro!…
– Ho pijato possesso,
– Disse allora er Somaro – e nu’ la pianto
Nemmanco si morite d’accidente;
Silenzio! e rispettate er Presidente!

 

Trilussa, L’ Elezzione der presidente (1930)

 

L’illustrazione arriva da qui

Niente di serio tranne i sogni

La maggior parte di noi vive di ciò che mangia e respira.

Poi ci sono persone che vivono di passione. Che la passione sia costruire satelliti, coltivare piante nell’orto o scrivere storie cambia poco.

Quando li guardi, quando ci parli, ti rendi conto che c’è una scintilla nei loro occhi pronta in ogni momento a innescare una combustione  d’energia intellettuale. Un fuoco che li brucia  da dentro senza consumarli mai, ma scalda le parole che usano, i gesti che fanno, le cose che realizzano.

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Da quando ci conoscemmo in un’aula universitaria molti anni fa, ho sempre pensato che il mio amico Raffaele appartenesse alla categoria.

Oggi, dopo aver scritto un bel romanzo di cui poi prima o poi dovrò parlare anche qui, Raffaele ha  iniziato una nuova avventura da autore che è figlia di un’altra storia di quelle che partono male ma poi promettono bene.

E beh… Raffaele l’ha raccontata su FB e io mi permetto di riproporla qui di seguito, perché è una bella storia.  Una storia di passione, ovvio.

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Storia triste con finale positivo

Nel gennaio del 2015, dopo otto ininterrotti anni di contratto come story editor presso un grande editore radiotelevisivo, insieme ad una decina di miei ex colleghi, veniamo liquidati da un tagliatore di teste di Milano, che nessuno aveva mai visto e conosciuto. Un professionista nel suo lavoro, che con mirabili equilibrismi linguistici che non prevedevano mai la parola “licenziamento” (perché non eravamo “assunti”, in quanto liberi professionisti: in effetti non fa una piega) ci ha mandato via appellandosi alla “crisi”, di ascolti, di contratti pubblicitari, di budget, e chi più ne ha più ne metta, perché ormai “la crisi” è entrata nel nostro quotidiano. E’ da quando sono nato che c’è “la crisi”, e probabilmente sempre ci sarà. E’ uno stato mentale.

Ad ogni modo, con una predisposizione d’animo di profonda inquietudine e tristezza, e il vuoto davanti circa il mio futuro professionale (perché in Italia è così: se perdi il lavoro, scordati di poterne trovare un altro, nonostante la tua ventennale esperienza professionale nel settore) incontro Laszlo, che saputa della mia disavventura se ne esce con un “ti assumo io!”. Laszlo l’ho conosciuto sul set di una fiction che seguivo, lui faceva la seconda unità. Mi accorsi subito della sua bravura, del grande professionista quale è. Non solo tecnicamente, ma anche nella gestione del rapporto con gli attori, nel comunicare loro il “mood” giusto per recitare la scena, soprattutto nel mondo della fiction tv dove ci sono tempi molto stretti, poche prove e “buona la prima”.

NIENTE DI SERIO

Laszlo si era preso un anno sabbatico per portare avanti i suoi progetti e voleva coinvolgermi su Doppia Luce, un universo narrativo fantastico (che faremo, vero?).

Alla fine dell’incontro, però, se ne esce con un “ah, poi ci sarebbe quest’altra idea, ma è solo un soggetto…”. “Parlamene”, gli dico. Lui me la racconta, ed io: “Però, quasi quasi mi butterei a scriverti la sceneggiatura di questa”… “Ok, quanto vuoi?”.
Accade raramente, ma quando accade è qualcosa di fantastico: un’epifania creativa, un rimpallo di idee tra me e lui, una storia che, passando da soggetto, a trattamento, a scaletta e infine a sceneggiatura, cresce, diventa qualcosa di appassionante, profondo e bello. “Niente di serio” è un road movie, il mio metagenere preferito perché consente di avere una commistione di tutto: dramma, giallo, commedia, in un’imprevedibile concatenazione di eventi e personaggi che si ritrovano sulla strada di questo viaggio metaforico e reale. Ma soprattutto, le protagoniste di questa storia di fuga e viaggio in giro per l’Italia, sono due vecchiette ottantenni che scappano da una casa di riposo per inseguire un sogno.

Ed è così che, in una incredibile serie di coincidenze, la sceneggiatura gira, piace, funziona. Si forma un cast fantastico, per il quale non avrei mai creduto di scrivere. Ed oggi posso dirlo, mantenendo il riserbo sul cast che sarà oggetto di una conferenza stampa ad hoc: “Niente di serio” si fa. Le riprese partiranno a luglio.
Sono orgoglioso ed entusiasta di esordire nella scrittura per il cinema con un progetto come questo. Ed eccolo qui, il teaser trailer di “Niente di serio”.
Grazie Laszlo, le nostre vecchiette vivranno sullo schermo, e speriamo possano commuovere ed appassionare come hanno fatto con noi mentre le scrivevamo.

 

E poi lo chiamarono David

Circa 15 anni fa studiavo sceneggiatura e passavo le giornate con altri giovani scrittori che sognavano di fare un cinema e una tivvù diversi da quelli imperanti nel nostro paese.

Non che avessimo tutte le stesse idee, ma  in gran parte ci accomunava un certo gusto “americano”: l’ambizione di fabbricare storie capaci di mettere insieme emozione e riflessione, di utilizzare i generi andando oltre i generi…

Eravamo dei folli? A volte la sensazione l’ho provata in tutto questo tempo.

Ma se oggi guardo a serie come “Gomorra”  o “1992”, mi rendo conto che alcuni di noi – quelli di sicuro con più talento e forse pure con più “cazzimma” per dirla alla Oxfordiana – a forza di provarci, ci sono riusciti.

Ieri, per esempio ai Premi David di Donatello  (gli “Oscar” del cinema italiano) ha sbancato un film come “Lo chiamavano Jeeg Robot”, che solo 15 anni fa sarebbe stato impossibile – non dico realizzare  ma anche pensare – nel nostro paese.

Un film che ho amato per tanti motivi (alcuni li spiegavo nella recensione per “Lo Spazio Bianco”) e, recentemente, ho avuto anche il piacere di parlarne con uno degli autori,  Menotti (sempre su “Lo Spazio Bianco”).

Ecco, lui è una delle belle persone che ho “sfiorato” nella mia precedente vita da apprendista stregone di storie, quando Roberto già lavorava da qualche anno per la tivvù, dopo aver fatto a lungo anche fumetti molto raffinati.

Così ieri sera, seduto sul divano, seguivo la cerimonia di premiazione con questo trasporto “generazionale”, con commenti più da “ultras ” che da cinefilo, ogni qualvolta  veniva consegnato un David a Mainetti & Co.

E pazienza se proprio il premio alla sceneggiatura  (uno degli elementi più convincenti  dell’opera, al pari della straordinaria regia e delle ottime prove d’attore) è andato altrove.

Resta il senso di una colossale scommessa espressiva  vinta. Resta la qualità di una storia che – come mi è capitato di scrivere – funziona prima ancora che con gli effetti speciali, con gli affetti speciali che innesca nello spettatore.

 

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Ho toccato la Luna, anzi lei ha toccato me

Ieri ero con il naso appiccicato a una teca trasparente. Guardavo da vicino un autentico campione di roccia lunare,  portato sulla Terra dagli astronauti della Missione  Apollo 14 nel 1971, e pensavo che era davvero incredibile.

A guardarlo, certo, sembrava come dicono dalle mie parti con accento di Oxford, un “sercio come n’artro”. Un sasso qualunque, per rispettare la lingua italiana.

Ma non lo è.

Quel “sasso” è un viaggio a ritroso nello Spazio e nel Tempo, nella storia dell’Universo e nella storia dell’Uomo che è capace di atrocità inenarrabili ma anche di imprese incredibili quali

la conquista della Luna

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Nelle scorse settimane, ho passato giorni e serate ad approfondire la conoscenza delle missioni Apollo per organizzare in azienda una tappa  del tour “Ti porto la Luna” che l’esperto Luigi Pizzimenti (per i dettagli vi rimando al suo blog) sta portando in giro per l’Italia.

Al di là di qualsiasi disquisizione politica  sulla “Corsa allo Spazio” tra USA e URSS, quello che resta davvero dell’avventura Apollo oggi è soprattutto l’incredibile miscela  di tecnologia, abnegazione e coraggio degli uomini che arrivarono sulla Luna e dei migliaia che li aiutarono a farlo.

L’audacia di chi ha consacrato la vita  – in alcuni casi sacrificato – per realizzare un’impresa che fino a pochi anni prima sembrava impossibile per l’intera umanità:

Camminare sulla Luna

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Luigi Pizzimenti  e l’altrettanto bravo Paolo D’Angelo hanno rievocato l’avventura Apollo in una conferenza appassionata che riusciva a far palpitare quel pezzo di roccia come un cuore. Riusciva a farlo  respirare di quel fiato che tutti trattenevano allora, davanti alla radio e alla tivvù, ascoltando le cronache delle missioni .

E, alla fine dell’incontro, altrettanto incredibili della roccia  mi sono suonate le domande che i bambini hanno rivolto ai relatori. A volte disarmanti, a volte surreali, a volte incredibilmente profonde nella loro tenerezza.

In questi casi, si è soliti dire che, tra quegli gnappetti (compreso il mio cucciolo), ci sono  gli astronauti che domani torneranno sulla Luna o  atterreranno su Marte.

Fatico a crederlo, visto che ormai sogni spaziali così grandi sembrano scomparsi dall’agenda concreta dei governi e delle nazioni.

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Ma, poi, guardando

gli occhi di un bimbo di fronte a un pezzo di Luna

mi viene da dire che in fondo non conta.

Non conta che il mondo dia a questi bimbi l’opportunità economica di realizzare certe imprese,  non conta nemmeno che oggi manchino le tecnologie per concretizzarle.

In fondo oggi, come in quel febbraio del 1971 in cui gli astronauti dell’Apollo 14 raccolsero  il campione di roccia, l’unica cosa che porta davvero avanti il progresso umano è la speranza.

E se ieri, di fronte a quel piccolo pezzo di roccia, un bambino ha iniziato a strabuzzare gli occhi e a immaginare, a pensare che anche i sogni più incredibili possano diventare realtà, possiamo continuare a sperare.

P.s.

Il nostro evento era riservato, come è bello per un’azienda spaziale, ai miei colleghi e alle famiglie, ma se avete l’occasione vi invito a partecipare a uno degli eventi del tour. Ne vale la pena.

 

 

I marziani sono tra noi

Lo so, a voi questa immagine non dirà granché. Ma per tanti miei colleghi, tecnici e ingegneri, è il simbolo di un’avventura appena iniziata… Ma lunga già 10 anni.

E’ il primo segnale positivo che la sonda della missione ExoMars in viaggio verso Marte ha inviato a Terra ieri sera.

Ci metterà 7 mesi ad arrivare sul Pianeta Rosso. I miei colleghi ci hanno messo circa 10 anni per progettarla, riprogettarla, reiventarla via, via che cambiavano i connotati della missione… E’ un concentrato di tecnologie innovative, materiali incredibili, sfide costruttive e industriali, ma anche sacrifici professionali e personali

E’ anche il racconto di estati passate senza vacanza, di Natali nei laboratori invece che in famiglia, di turni h24… Questo non finisce sui giornali e in tivvù ma è parte della bella storia che in queste ore ci affascina e che in queste ore impazza sui social con l’hashtag #ExoMars.

E’ una storia, anzi sono storie, che ho la fortuna di conoscere perché vivo accanto a queste persone, questi “marziani” così follemente innamorati di futuro da trasformarlo ogni giorno di più in un presente possibile. E Marte in queste ore sembra davvero meno lontano grazie a loro.

Qui (ri)comincia l’avventura

O meglio ricomincia qui.

Si chiama “Sono Fumetti” e dire che nasce da una costola di “Sono Storie” fa tanto Charlton Heston ne I dieci comandamenti  ma tant’è.

D’altronde i miei venticinque lettori (siete ancora lì?) lo sanno, che per me i fumetti non sono solo una costola, ma un bel pezzo di cuore.

E  anche se può sembrare un controsenso dar vita a un nuovo blog, quando su questo scrivo ormai con la stessa frequenza con cui la Roma vince gli scudetti nel calcio (tié), la voglia di dare una cornice organica ai discorsi fatti fin qui sul fumetto c’era da tanto.

Gli amici di “Lo Spazio Bianco” me ne danno l’occasione, all’interno di un nuovo progetto/  network in cui ben presto mi affiancheranno altri interessanti compagni di strada.

Comunque, ripeto niente esodi biblici. “Sono Storie”,  per quanto polverosa e quasi sempre vuota, resta la mia piccola casa online.

Mi ha fatto compagnia in due paesi, tre città e ben sette anni di vita . Non ci rinuncio. Continuerò a postarci su e, chissà, magari anche più spesso di quanto immagini al momento.

Ci sono storie senza tempo ma c'è un tempo per ogni storia.

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