Indietro miei Prodi

La mortadella a Ferragosto? Con questo caldo boia? Ci si mette anche Romano Prodi a turbarci le giornate a noi poveri elettori di centrosinistra, come se non bastassero i dilemmmi esistenziali (si fa per dire) sul congresso del PD o le palle che spara “Lui”. No, ci si mette anche il professore,  su “Il Messaggero” del 14 agosto.  E sapete quale è la novità? Ci eravamo sbagliati, compagni. Indietro  tutta.

Il professore butta a mare (tanto per rimanere in termini balneari) Blair e Clinton, insomma un’intervento di attualità… Sembra un discorso da pensionati. Nel senso che gli altri due in pensione (dorata) ci sono andati al termine del mandato, mentre a Romano ce l’hanno proprio mandato… Cioé ce l’ha spedito Clemente Mastella, ma questa è un’altra storia.

Torniamo a Clinton e Blair. Cosa dice di loro il professore? “Semplicemente” sostiene che le loro politiche, giudicate allora innovative e prese come punto di riferimento dall’Ulivo, hanno invece rappresentato un fallimento  per tutti i Riformisti del mondo occidentale.

La causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour e l’ulivo mondiale erano una fucina di novità, nella prassi di governo di Tony Blair e i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio.

Capito compagni? Ci eravamo sbagliati su tutta la linea. Vi ricordate Giddens, la terza via? Tutta una “ciofeca”, “fuffa”, “aria fritta”.

E va bene, verrebbe da rispondere a Prodi, e a tutti quelli da D’Alema e Bersani, che hanno applaudito all’uscita del professore, come fosse San Paolo folgorato sulla via di Damasco. Guarda caso, gli stessi che vorrebbero rivedere il PD per farne una specie di  partito socialista allargato, per quel poco che si capisce.

E va bene, professore, facciamo finta che ci siamo sbagliati. Tanto noi di centro-sinistra, quelli moderati, quelli responsabili, quelli che fanno le “svolte dolorose”, che costano scissioni, fusioni, lacrime e nostalgie, ci siamo abituati.

Ogni tanto ci voltiamo indietro a guardare la strada fatta e ci sembra di aver smarrito la direzione, di non sapere più dove andare e nemmeno come siamo arrivati sin lì. Ma, in questa lacerazione interiore – che, caso strano arriva sempre a margine di dolorose batoste elettorali, mai nelle sparute occasioni in cui vinciamo – a ben vedere non c’è nulla di maturo.

Si può anche ritornare sui propri passi, a patto però di aver percorso un pezzo di strada. Proprio come hanno fatto Clinton e Blair. Perché si potrà dire molte cose delle loro riforme, ma non che non abbiano inciso nella società. Come direbbero i sociologi Clinton e Blair  hanno cambiato il paesaggio sociale delle due nazioni che hanno guidato. Le riforme sono state sbagliate?  Sarà il tempo a giudicare.

Certo è che Clinton e Blair possono rivendicare di averla percorsa una certa via, terza, quarta o quindicesima che fosse. Invece, il centro-sinistra italiano, dopo un primo passo importante (il risanamento dei conti operato dal primo governo dell’Ulivo), si è fermato lì.

In Italia, al contrario che in Gran Bretagna e negli States, il problema non è quel che è stato fatto, ma quello (tanto, troppo) che non è stato nemmeno tentato (riforma della politica, del sistema fiscale, conflitto d’interessi…).

Viene in mente quel diario di Guevara in Africa  “L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte”.  Parafrasando D’Alema e Prodi potrebbero scrivere a 4 mani (per Mondadori s’intende): “15 anni in cui non siamo andati da nessuna parte.”

Sarebbe un best-seller, in particolare fra noi elettori di centro-sinistra,  che amiamo tanto lacerarci, con gli stessi  leader da 15 anni, senza poter mai cambiare davvero.

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