Accadde a Tolosa

Il 30 agosto 2009, alle 19, 23 minuti e 12 secondi, una mosca della famiglia dei Calliphoridi, capace di 14.670 battiti d’ali al minuto, planò su rue Tolosane, quartiere Les Carmes, nella vecchia Tolosa.   Nello stesso momento, in un ristorante all’aperto a due passi da Place Saint George, il vento si insinuò magicamente sotto una tovaglia facendo ballare i bicchieri senza che nessuno se ne accorgesse.  In quell’istante, al quinto piano del 28 dell’Avenue Ruix-Baragnon, Eugène Koler, di ritorno dal funerale del suo migliore amico, Emile Maginot, ne cancellava il nome dalla sua rubrica.

Sempre nello stesso momento, un urlo disumano squarciò la silente tranquillità della Rue Tolosane, stordì la mosca, mandò in pezzi i bicchieri di Saint George e fece sussultare il signor Eugène Koler.

“Diegooooo, Diegoooooooooo!”

L’urlo gutturale, vagamente simile al verso di un orango secondo le testimonianze di una vicina, Madame Ercart, proveniva dall’ultimo piano di quell’imponente palazzo, all’imbocco della via. Avete presente? Quell’edificio così signorile ma un po’ decaduto, che nasconde i segni del tempo e le mura scrostate sotto un tappeto di edera verde.

Chi si fosse ritrovato a guardare lassù, avrebbe scorto  un’ allampanato ometto con la pancia e gli occhiali, coperto solo da un paio di ridicoli shorts arancioni, aggrappato  alla ringhiera della finestra, intento a ripetere come un ossesso, quel suono osceno e ottuso.

“Diegoooooo, Diegoooooo…..”

“Fino a quel giorno non ci aveva dato mai problemi.” Avrebbe poi dichiarato un’altra condomina, madame Berzon, dell’interno 4, primo piano. “Sembrava, un tipo perbene, sempre benvestito, con quel visetto da bravo ragazzo…”.

“E’ che con questi algerini non si può mai dire…” Chiosò con espressione arcigna Monsieur Calgnac, domiciliato all’interno 6, secondo piano.

“Guarda che non era algerino, era italiano” Ribatté acida sua moglie Giselle, alzando gli occhi al cielo.

“Ah” Si limitò a replicare Monsieur Calgnac, chinando il capo e calcandosi le mani nelle tasche della vestaglia.

Alle 20.15 di quella calda domenica d’agosto, il folle urlatore dell’ultimo piano fu arrestato dai Gendarmi, sopraggiunti in seguito alle chiamate dei terrorizzati vicini.   Il poveretto farfugliò delle assurde frasi in merito a una partita di calcio, Roma-Juve. Biascicò di fuoriclasse brasiliani e di Puponi che se la andavano a prendere lì dove non batte il sole. Nessuno comprese nulla.

Fu trasportato all’ospedale di Saint Cyprien, reparto di psichiatria, dove pare tuttora rimanga, sottoposto a solide cure farmacologiche. Ai medici che cercano di interrogarlo, risponde con deboli sorrisi: “Ce l’abbiamo  soloooo noooi, Diego…. Diegoooooo.”

Cose che accadono nella vecchia Tolosa, lì dove quando il sole tramonta,  la città arrossisce con lui.

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5 pensieri su “Accadde a Tolosa”

  1. …. tu non c’eri e hai potuto urlare… io c’ero, racconterò ai nipoti di aver visto dal vivo i primi gol italiani del più grande giocatore di sempre (sì, ce n’era un altro che si chiamava come lui… ma se non sbaglio giocava nel napoli qalche anno prima), ma con uno sforzo sovrumano, ho dovuto tenere tutto dentro… MAI PIù IN TRIBUNA TEVERE: O SETTORE OSPITI, O TV!!!!!!!

  2. “Nessuno dei momenti che la gente descrive come i migliori della propria vita mi sembrano analoghi. Dare alla luce un bambino dev’essere straordinariamente emozionante, ma di fatto non contiene l’elemento cruciale della sorpresa, e in tutti i casi dura troppo a lungo; la realizzazione di un’ambizione personale – una promozione, un premio, quello che vuoi – non presenta il fattore temporale dell’ultimo minuto, e neppure l’elemento di impotenza che provai quella sera. E cos’altro c’è che potrebbe dare quella subitaneità? Una grande vincita al totocalcio, forse, ma la vincita di grosse somme di denaro va a toccare una parte completamente diversa della psiche, e non ha niente dell’estasi collettiva del calcio. E allora non c’è proprio niente che possa descrivere un momento così. Ho esaurito tutte le possibili opzioni. Non riesco a ricordare di aver agognato per due decenni nient’altro (cos’altro c’è che sia sensato agognare così a lungo?), e non mi viene in mente niente che abbia desiderato da adulto come da bambino. Siate tolleranti, quindi, con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non e’ che manchiamo di immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie impreviste”.

    Da “Febbre a 90” di Nick Hornby.

  3. Che aggiungere “miofratellononèchecacchiodeNicknameteseitrovato”? E’ il senso del tifo. In tutte le parti del mondo dove sono stato (dalla Russia al Cile, passando per Turchia e Usa), ho sempre trovato qualcuno con cui parlare di calcio. Altro che esperanto e inglese: la lingua universale è la passione del tifoso.

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