La storia eravamo noi

25 settembre, Roma. Finalmente è arrivato il giorno del “congresso” nel mio circolo: prima votazione vera nella corsa alle primarie democratiche. La saletta  è gremita in ogni ordine di posti, come l’Olimpico per i match che contano. E’ un pò d’atmosfera da da stadio c’è. Con tanto di tesserati tifosi, che già annunciano il loro voto prima della discussione.

A presentare la mozione Marino, la nostra piccola (e)mozione, in corsa con i “big” del partito (Bersani/Franceschini), abbiamo una “guest star”: Francesco Costa, giornalista e blogger.  Come te l’aspetteresti, è arrivato in scooter, zainetto in spalla e palmarino/telefono sempre nella mano. Parla a braccio, con passione e competenza .  Parla di futuro, di diritti, di una società che cambia e di un partito che deve comprendere i bisogni nuovi che l’attraversano. La platea applaude e riconosce l’abilità del nostro speaker, ma non sembra toccata nel cuore.

Per la verità, molti sembrano non provare alcuna emozione.   Appena finita la presentazione delle mozioni, si affrettano a votare. 

Una signora spiega alle vecchie compagne perchè stavolta ha scelto di votare uno che non viene dal Piccì, Franceschini: “Bersani mi sembra un ritorno al passato…”.  Un’altra compagna commenta inorridita: “Si ma Franceschini… Un ex democristiano”. Ecco appunto una questione fra “ex”.

A tarda sera, i risultati:
BERSANI 109 (76,76%) – FRANCESCHINI 18 (12,68%) – MARINO 15 (10,56%)

Più o meno in linea con quello che avviene in tutti i circoli del municipio.
Mozione BERSANI 62 %
Mozione FRANCESCHINI 28%
Mozione MARINO 10 %

Per noi non è un brutto risultato. Però il dato di Bersani, anche se atteso, mi sconforta.

Non è in discussione la storia che Bersani rappresenta. Rispetto i tanti  che gli danno fiducia. Ma la sua vittoria sarebbe il segno di una contro-riforma.

Le cose non sono andate bene in questi primi anni di PD e allora noi che facciamo? Ci tuffiamo nel “vintage”.  Il partito (social) democratico, il partito dei tesserati e non quello delle primarie (troppo aperte…troppo pericolose). Il partito che da solo non può vincere e, quindi, come prima cosa deve cercare l’alleanza con tutti, a partire da Casini e Cuffaro… Perfino le metafore scelte in queste settimane da Bersani, per spiegare il suo punto di vista, sanno di revival anni 70: “il partito come una ditta”, “il partito come una bocciofila”…
Mi viene in mente la canzone che i Progressisti scelsero come inno nel 94, quando la “gioiosa macchina da guerra”, guidata da Achille Occhetto, avrebbe dovuto condurci a una vittoria sicura. Avrebbe.

“La storia siamo noi, nessuno si senta offeso,
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.”

Bella canzone di De Gregori. Da brividi. Perché il senso del riformismo è proprio quello: non escludere nessuno, non lasciare indietro nessuno.

15 anni dopo, i richiami ai valori della sinistra come se fossero un trademark registrato a Piacenza, hanno il sapore di una fuga dalla realtà. Nessuna voglia di mettersi in discussione e di rischiare.  Tutto il lavoro fatto in questi anni per dialogare con culture diverse, per costruire insieme qualcosa di nuovo, tutto alle ortiche. Quasi che, vista l’egemonia attuale della destra, fosse meglio salvare i voti degli antichi militanti che puntare a conquistarne di nuovi.
Ecco il PD di Bersani e D’Alema: “La storia eravamo noi.”

E pazienza, se tanti da domani ne saranno esclusi.

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