Lector in scatola

La pagina di un fumetto somiglia, per certi aspetti, al gioco delle scatole cinesi: una scatola più grande (la tavola o pagina) che ne contiene altre più piccole (le vignette).

La taglia della scatola grande può variare, così come la disposizione delle scatolette al suo interno. Ci sono autori (Jacobs, Hergè,  Schultz) che prediligono un rigido ordine della “gabbia”, ovvero la struttura compositiva della pagina, ed altri che fanno di ogni eccezione grafica una regola (McCay, Eisner, etc.).

Sul blog di Caravan, Michele Medda (l’autore/sceneggiatore della serie) ha avviato una interessante discussione sulla gabbia dei fumetti Bonelliani. Una riflessione cui penso di aver contribuito (in modesta parte s’intende!) con un precedente post, raccogliendo anche il parere di Michele.

Tanto per cambiare, mi trovo d’accordo con Michele quando afferma che – in definitiva – al di là delle differenze tecniche la forza del fumetto rimane nel contenuto, piuttosto che nella taglia delle vignette. Però è altrettanto vero che, se guardiamo alla storia del medium, ci rendiamo conto che la sovrapposizione fra genere e formato rappresenta una costante.

Nella griglia di seguito ho provato a sintetizzare le evoluzioni del fumetto italiano nel dopoguerra, seguendo questa ipotesi.

Ovvio, si tratta di una semplificazione. Il formato “quaderno” indicato quale prevalente negli anni 80, ad esempio, già copriva una buona parte del mercato editoriale in epoche precedenti. Ma, al di là delle specifiche, la sostanza non cambia. Nel fumetto italiano ogni genere ha finito con il coincidere con un formato e forme/dimensioni differenti di pagina caratterizzano modi di racconto differenti.

Questo perché nel fumetto, lo spazio di pubblicazione partecipa alle scelte d’inquadratura, colloca le vignette nei confini della gabbia grafica , evidenzia le cesure ritmiche della narrazione. La scatola/formato è a tutti gli effetti l’unità grafica del racconto, perché la costruzione dell’effetto complessivo della storia, passa – pagina dopo pagina – per esso.

Sia chiaro: non sto dicendo che la gabbia bonelliana costringa gli autori a proporre solo un certo tipo di storie. Prendete Memorie dall’invisibile di Sclavi/Casertano (Dylan Dog) o Lily e il cacciatore di Berardi/Milazzo (Ken Parker) e guardate in quanti modi diversi, straordinari, meravigliosi, gli autori sono stati abili a declinare, negli anni, questa gabbia. Però, è altrettanto innegabile che la scatola del formato implica delle scelte precise e lascia alcune cose fuori.

Guardiamo al più classico di tutti: Tex.

schemitex

Nonostante, il formato tabulare (“quaderno”) permetterebbe di sviluppare un numero altissimo di varianti, le pagine di Tex rientrano con rare eccezioni , sempre nelle stesse modalità. Si va da uno schema a quattro vignette, in cui la pagina alterna due “vignettoni” alti un terzo di pagina a due vignette ridotte; ad uno che ne alterna (massimo) sei, tutte di dimensioni simili. In altre parole, Tex ha mantenuto intatti (o quasi) i moduli grafici del formato striscia , con una dimensione planare/orizzontale (per paradosso) predominante rispetto a quella tabulare/verticale che sarebbe propria del formato “quaderno”.

Questa scelta di “stile”, diventata tipica della serie, fa si che i ritmi delle forme grafiche siano sempre subordinati a quelli narrativi (cioè degli eventi raccontati nella storia). E’ un male? E’ un bene? Direi che la questione va posta in altri termini. E’ un modo di raccontare perfetto per un fumetto che si basa sulla ripetizione (stesse situazioni, stessi dialoghi, ogni volta stesse tappe del racconto), e su un certo tipo di “effetto cinema”, come è appunto Tex.

La domanda da porsi, per altre serie bonelliane, è se l’adozione incondizionata di questa stessa identica griglia, non costituisca o abbia costituito invece un limite per Dylan Dog o Nathan Never che hanno altre potenzialità narrative e potrebbero “permettersi” altre soluzioni.  Medda sostiene che noi lettori attribuiamo più significati del dovuto alla gabbia/scatola, nella vana speranza che vederla stravolta, ci regali fumetti più cool.

Può essere. Ma è anche vero che i linguaggi del fumetto, come quelli del cinema o della tv, tendono a modificarsi nel tempo, a produrre ritmi narrativi diversi. E, a volte, “rompere le scatole” (come si è cercato di fare anche su Nathan Never) più che uno sghiribizzo d’avanguardia, diventa un modo per continuare a parlare in maniera adeguata al proprio pubblico.

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