Mangianuvole

Prima toccò a chi protestava.
Chiusero le sedi di partito. Arrestarono gli oppositori.
Poi toccò a chi raccontava. I giornali non uscirono più. I giornalisti cominciarono a sparire.
Chi sognava venne per ultimo. Il Presidente ha sempre tenuto in scarso conto scrittori e poeti.
Ad una cena di gala cui ero stato invitato, mesi prima, un colonnello me l’aveva detto chiaro.
Avevo avuto la malaugurata idea di uscirmene con una battuta sul parrucchino del Presidente. Molti commensali avevano riso. Il colonnello in questione no. Mi aveva piantato gli occhi addosso:

“Voi scribacchini pensate di essere importanti, ma non lo siete. Vi riempite di  paroloni, ma siete solo dei ‘mangianuvole’che nessuno ascolta. Questo è un paese di contadini e la carta dei vostri libri, presto sarà più utile nei cessi che nelle scuole.”

Avevo la faccia in fiamme e avrei voluto mettergli le mani addosso, ma Sara mi aveva trattenuto. Sulla porta, il padrone di casa – un mio amico editore – si era scusato per il comportamento del colonnello:

“Purtroppo i militari sono così… Vedono tutto nella loro ottica. Non dartene pena. Lo sai che stimiamo tutti il tuo lavoro.”

Mi stimava. Ma, dopo quella volta, il mio amico non si fece più sentire. E noi non venimmo più invitati a quel tipo di cene. In poco tempo, da giovane e brillante romanziere di grande avvenire, divenni un paria per tutta la città.
Naturalmente non era solo per quella battuta, ma per le cose che scrivevo nei miei romanzi e  su qualche giornale, finché mi avevano permesso di farlo.
Giorno dopo giorno, la situazione si faceva sempre più difficile. Sara fu mandata via dallo studio legale,  ufficialmente perché l’avvocato per cui lavorava aveva deciso di ritirarsi.  Dal canto mio, vidi cessare, una dopo l’altra, le collaborazioni con riviste e case editrici. Qualche editore accampava scuse di tipo economico, i più franchi mi facevano capire chiaramente che erano costretti a farlo per non avere guai. D’altronde non ero l’unico.

Altri nella mia condizione, ma con qualche soldo in più da parte, se ne andarono all’estero. Qualcuno si trasferì in provincia. Il mio amico Pedro Alvarez fu licenziato dalla rivista per cui aveva lavorato 10 anni,  senza spiegazioni. Costretto a vendere casa, se ne tornò a vivere a Cordoba dalla madre anziana. Per campare, si era messo a fare il tipografo in una piccola stamperia. “Ma non rinuncio a scrivere, Hector, stai tranquillo…” Mi aveva detto l’ultima volta che ci eravamo  incontrati:

“Mi stamperò il romanzo da me, e se serve lo distribuirò porta a porta. Non glie darò vinta a questi figli di puttana!”.

Un giorno lo trovarono, con il cranio fracassato dentro una pressa della tipografia. La polizia disse che era stato un incidente. Tutto il nostro paese stava diventando un gigantesco incidente.
Era solo questione di tempo, prima che venissero a bussare anche alla mia porta. Lo sapevo.
Così quando avvenne, non mi presero di sorpresa.

La mattina mi svegliavo sempre molto presto. Mi piaceva alzarmi prima di Sara e guardarla ancora assopita, nel nostro grande letto. Anche se erano ormai passati cinque mesi, non mi ero ancora abituato al miracolo di quel pancione.  La guardavo un pò, poi mettevo su il caffé e iniziavo a scrivere.

L’arrivo di Carlos mi aveva ispirato una storia di genere fantastico. Tutto iniziava con una strana nevicata in agosto. Era il primo segno di una invasione aliena della Terra. I pochi superstiti che riuscivano a fuggire alle grandi macchine aliene, iniziavano una lunga fuga. Alla fine il genere umano avrebbe trionfato, ma solo dopo lunghe traversie. Ve lo giuro, allora non pensavo che fosse una metafora di quello che stava capitando al paese. Quello l’hanno pensato i critici per me, molto tempo dopo.
In quei giorni, avevo solo voglia di sognare. Di allontanarmi con la mente dallo squallore della vita da fame cui eravamo costretti. Volevo che, per quando fosse nato, Carlos trovasse ad accoglierlo una bella storia da ascoltare.  Una di quelle storie, fatte di grandi avventure e di grandi sogni, di colossali eroi e straordinarie speranze.
Stavo giusto pensando ad una scena importante del romanzo, quando quella mattina, buttando un occhio distratto fuori dalla finestra, vidi la camionetta sopraggiungere. La sagoma di quei mezzi militari era diventata ormai familiare in città.

Nel primo cassetto del comò, tenevo una pistola di mio nonno, un vecchio cimelio della guerra con gli inglesi. All’inizio, avevo pensato di caricarla e resistere, barricato in casa. Ma non volevo che Sara e Carlos ci andassero di mezzo. Mi avevano detto che c’erano più speranze che fossero indulgenti con loro, se mi consegnavo senza oppormi.
Così gli feci trovare la porta aperta. Sulla soglia si presentarono in due, il giovane tenente qualchecosa e un caporale. Mi lessero il mandato di arresto per cospirazione contro il regime e per un’altra sfilza di “crimini” che non ascoltai nemmeno. Mi limitai ad annuire: “Ho il tempo di preparare qualche bagaglio?”
I due militari si scambiarono uno sguardo imbarazzato, poi il tenente mi chiarì le idee:

“Non c’è bisogno. Troverà il necessario, dove andremo.”

Lo disse senza guardarmi negli occhi. Intuì che all’accademia militare non tenevano corsi sul mentire.
Mi strinsi nelle spalle ed afferrai il primo volume che capitava dallo scaffale. Poi diedi un’ultima occhiata oltre la porta della camera da letto: Sara dormiva tranquilla. Ha sempre avuto il sonno pesante, per fortuna. Non sono molto credente ma quella mattina ringraziai il Signore per avermi risparmiato il dolore dell’addio.

Seguì i miltari per le scale senza fiatare. La strada era  deserta, lo erano tutte in quei giorni. I benpesanti,  seduti nei caffé, dicevano che era uno dei primi meriti del governo: aver riportato tranquillità e ordine. Vero o falso che fosse, non c’era ormai nessuno in quei caffé a smentirli.
Mi fecero salire sul retro del camion. Sorpreso, scoprì che ero l’unico ospite dei militari. Stipati nel convoglio, riconobbi Antonio Ribes, un vecchio compagno d’università che faceva il critico musicale. E poi, il professor Velanti, un anziano poeta, Mario Palacio, drammaturgo molto stimato, e tanti altri… Antonio protese la mano per aiutarmi a salire:

“Hector, vorrei dire che è un piacere rivederti…”
“Si, lo so, anch’io  avrei preferito un’occasione diversa.”

Commentai e feci un rispettoso cenno di saluto a Velanti, seduto in un cantuccio.  Il poeta mi squadrò con un’occhiata che si velò presto di ironia:

“Caro Hector, a quanto vedo abbiamo gli stessi gusti in fatto di libertà e anche di letteratura.”

Non capì, a cosa si riferisse, finché non estrasse dalla tasca un piccolo volumetto di poesie di Jorge Andrade e me lo mostrò con aria complice. Allora, mi guardai fra le mani  e vidi lo stesso libro. Era quello che aveva preso dallo scaffale senza guardare.
Si vede che eravamo tutti “mangianuvole”,  perché anche altri avevano avuto la stessa idea e quella camionetta
era stipata di scribacchini e libri in egual misura. C’era di tutto: da Omero a Joyce, da José Hernandez a Marechal.
E mentre la camionetta sobbalzava lungo le strade dissestate che portavano fuori città, noi lì dietro ci cagavamo addosso dalla paura, ma in cuor nostro sentivamo anche che non avremmo mai potuto essere da un’altra parte.

Immagino che vi state chiedendo che fine abbiamo fatto e come vada a finire questa storia.
Come scrittore, mi dispiace ammettere che il finale difetta in originalità.
Come essere umano, mi dispiace di non aver potuto veder crescere il piccolo Carlos e di non essere potuto invecchiare accanto a Sara.
Questo è tutto.
Ma se fra voi lettori c’è ancora qualche “mangianuvole” volenteroso. Allora lo invito a riscriverla questa storia.

E,  magari, con un pò di coraggio, a trovare un finale migliore.

————————-

Verrà un giorno
Verrà un giorno più duro degli altri:
scoppierà la pace sulla terra
come un sole di cristallo. Un fulgore nuovo
avvolgerà le cose.
Gli uomini canteranno nelle strade
liberi ormai della morte menzognera.
Il frumento crescerà sui resti
delle armi distrutte
e nessuno verserà
il sangue del fratello.
Il mondo sarà allora delle fonti
e delle spighe che imporranno il loro impero
d’abbondanza e freschezza senza frontiere.

(Jorge Carrera Andrade )

Questo racconto è dedicato ai 150.000  farabutti di Roma – 3 Ottobre 2009

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2 pensieri riguardo “Mangianuvole”

  1. Una metafora italiana con un leggero odore latinoamericano.
    Le ande son le alpi ed i colonnelli son colonelli.

    La passione per la scrittura se non è ben salda se la portano via le nuvole, e si sa, adesso si, lo sapete tutti, che le nuvole si possono anche mangiare.

    Navigatore dell eterno.

    PS: Per la questura i farabutti di Roma sono 15.

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