Una storia da fumetto (elogio della leggerezza)

Spesso nelle recensioni cinematografiche o letterarie come questa, citata nel suo blog dallo sceneggiatore  Tito Faraci,  si usa il termine fumetto in senso dispregiativo: “è una storia da fumetto”, “personaggi da fumetto”, e via dicendo.

Sono commenti di grande ignoranza che, certo,  a chi ama i comics, fanno un pò male.  Ma, per paradosso, questi stessi commenti raccontano una verità bella e profonda del medium che, troppo spesso, sfugge anche agli appassionati.

Di solito, si usa in senso critico l’espressione “storia da fumetto” per  suggerire  una certa “piattezza” dell’opera in questione,  o per meglio dire una mancanza di profondità, tipica appunto di molte narrazioni a fumetti.  Insomma, si contesta “la leggerezza” come cifra di racconto.
In questo senso, il fumetto è sempre stato pre-giudicato. Alle origini, in America, veniva definito “funnies”, perché raccontava storielle divertenti di animali parlanti, signori pasticcioni e bambini pestiferi. E una sfumatura di quella origine ha comunque continuato a connotare il mezzo: il book (l’albo”) è sempre rimasto “Comic” (da ridere), anche quando si è messo a fabbricare storie avventurose di poliziotti, supereroi, etc.

In più il fumetto è stato sempre considerato “serie B”, perché connaturato all’infanzia, all’adolescenza. Perché nel mondo adulto, non c’è spazio per le risate, per l’avventura, per il sogno a occhi aperti.

Di solito, per contrastare quello che a loro sembra uno svilimento del mezzo, gli aficionados finiscono per citare “Maus” e le opere di Mattotti, ad esempio, tanto per far vedere che se ne è fatta di strada dai tempi di Bibì e Bibò. In realtà, per sottolineare il valore di questo medium povero di mezzi (basta un foglio di carta e una matita per produrre un buon fumetto) ma ricco di potenzialità espressive, bisognerebbe aver il coraggio di dire che la “leggerezza” non è un limite, ma una qualità.
Detto in altri termini, dovremmo essere consapevoli che il fumetto non potrebbe permettersi i topi tragici di Spiegelman, se non sapesse raccontare anche di topi parlanti di tutt’altro tenore: da Ignatz a Mickey…  E parlo di opere che, nel loro genere, sono ognuna un capolavoro.
Perfino la bidimensionalità, la mancanza di profondità nello sviluppo dei personaggi, che in altri contesti di linguaggio risulta un limite, nel fumetto diventa una cifra di racconto estremamente potente e poetica.
Badate, non sto disconoscendo le potenzialità drammatiche e realistiche dei comics. Ben vengano Spiegelman, Mattotti e Gipi, però penso che ancora di più noi – come amanti di nuvole e vignette – abbiamo e avremo sempre bisogno di Topolino, Tex Willer e Spiderman.
Sono loro che “ci” rendono diversi. Sono loro che “ci” rendono unici.

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Per completezza di informazione, dico che questo post nasceva come commento al post di Faraci citato all’inizio. L’ho pubblicato qui, perché è un discorso quello sulla “leggerezza” che mi interessa molto.

Tito (uno dei più bravi sceneggiatori italiani, per i pochi che non lo sapessero) sul blog mi ha risposto così:

Marco, le storie di Topolino – per esempio – sono state capaci di raccontare il nostro mondo con forza, ironia, acutezza e grande profondità. Non tutte, è vero. Ma quelle che davvero contano.

Come sempre, i grandi hanno anche il dono della sintesi. Conto di tornare, comunque, sul tema in un prossimo post, con qualche esempio in più.

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