I diritti delle storie sbagliate

Esce nelle sale Prima linea, il film ricavato dal libro/memoria del terrorista Sergio Segio e fa il pieno di polemiche.

 I racconti/memorie dei brigatisti, certo, sono di parte. Spesso assolvono la violenza esercitata in quegli anni, annacquandola  nel mito di una presunta lotta sociale fra loro e lo Stato Italiano. La verità è che non c’era nessuna guerra civile, ma solo l’odio incivile di una parte della “peggio gioventù” italiana per il suo paese. Brigate rozze  e vigliacche massacravano il più delle volte gente inerme sull’uscio di casa.

Detto questo, non si capisce perché non si possano raccontare  anche queste  storie sbagliate, in un romanzo o in un film. E non si capisce come si possa criticare la pellicola diretta da Renato De Maria prima ancora di averla vista. Personalmente, leggere il nome di Sandro Petraglia fra gli autori della sceneggiatura (insieme a Ivan Cotroneo e Fidel Signorile) mi conforta sulla qualità dell’operazione. E, comunque, anche se la pellicola fosse una “ciofeca”, anche si trattasse di un film orribile, va rivendicato il diritto di raccontare, a patto che non offenda la memoria delle vittime.

Anche perché la memoria delle vittime, come rievoca in maniera vibrante Mario Calabresi in Spingendo la notte più in là,  racconto/testimonianza sul padre e sulle tante vittime dell’orrore brigatista, è stata offesa in questi anni, soprattutto dal silenzio delle istituzioni e dall’indifferenza dell’opinione pubblica.

Trovo che la mancanza di racconti  di finzione (non parlo di memorie dei protagonisti o di giornalisti), sia parte del debito collettivo che ci rifiutiamo di pagare fino in fondo al periodo storico. Gli anni sono restati di piombo, anche dopo che hanno smesso di volare le pallottole, perché li abbiamo piombati in un mutismo narrativo che ha poche sparute eccezioni (Mio fratello è figlio unico di Lucchetti, Buongiorno notte  di  Bellocchio, La seconda volta di Calopresti). Quasi che raccontare una parte (quella dei terroristi) significasse essere di parte…

C’è il rischio di trasformare un terrorista in eroe, se gli si offre il bel volto di Claudio Scamarcio o di Giovanna Mezzogiorno? Si. Il fascino del male esiste. Ma la stessa domanda non va posta per le tante pellicole di Hollywood consacrate a criminali e mafiosi? E che dire  di una serie tv come Romanzo criminale? Dove è il limite, dove è che va tracciata la linea?

Io non ho risposte certe. Ma so che il silenzio non è una risposta efficace.

L’esercizio della memoria va praticato dalla Prima all’ultima linea.  Dobbiamo riconoscere il valore delle storie giuste, senza negare l’esemplarità delle storie sbagliate.

Altrimenti, perfino chi se la prende con i privilegi di Segio, terrorista dissociato e mai pentito, che può parlare laddove le vittime giacciono mute nella terra, non potrà dargli torto quando scrive: “Gli anni Settanta sono un passato che non passa.”

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2 pensieri su “I diritti delle storie sbagliate”

  1. Andrò a vedere il film. Libero di mente. Non dubito che nella sceneggiatura saranno stati tenuti di ben conto le ragioni delle vittime. Mi domando se, anche solo in trasparenza, si potrà leggere il massacro, voluto e cercato, di ogni movimento innovativo che si riferisse alla sinista. Dal 1977 in poi tutti sono stati chiamati a schierarsi, a scegliere fra le P38 e l’enstabilishment. Quel muro non è ancora stato abbattuto. Nesuno mi toglierà di mente che tutti noi stiamo ancora oggi pagando, con la gerontocrazia del potere e l’immobilismo della società, per quegli anni.
    Luigi

  2. Anche io sono curioso di vederlo (appena torno in Italia, dubito che lo passino in Francia).
    Quello che dici sui movimenti è in effetti molto vero. Fa parte delle tante cose irrisolte di questa/quella storia.
    Marco

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