Baracca Obama

E’ più forte di lui. Nel mezzo del discorso alla Convenzione nazionale del Partito Democratico, il neo-segretario Bersani ci ha dovuto infilare una di quei simpatici sinonimi modernisti che usa per definire il partito. Una volta è la ditta, una volta la bocciofila, stavolta (ma non è la prima) ha parlato di “baracca”.

Altro che generazione ’89, quelli nati dopo il Muro (di Berlino) , il titolare della ditta parla alla generazione ’48… Non siate maligni: 1948, intendo. Altri Muri (Gerusalemme, Muraglia Cinese… ), insomma, altre storie, tutte rispettabili s’intende.   Però, finalmente, il senso generale di questa storia si incomincia a capire. L’architettura della baracca prende forma.

Per la precisione “3 cuori e una baracca”:  spazio per i bersaniani, ma riconoscimenti anche per chi appoggiava Franceschini e Marino. In nome di quella gestione plurale che Bersani ha invocato sin dalle prime ore successive alla sua affermazione alle Primarie, consapevole di dover tener conto della  metà del cielo democratico (circa il 47 %) che non l’aveva votato.

E’ un Cencelli del buon senso, nessuno si offenda. In fondo, fatte le debite, proporzioni, anche  Obama, quando si è trattato di costruire la sua squadra presidenziale, ha “Baracckato”  con Hillary Clinton un posto da Segretario di Stato con un pò di tranquillità. Ma, proprio il precedente americano, ci dice qualcosa di più sugli obiettivi di questo approccio. Bersani, come Obama, include per prevenire. Cerca di disinnescare, in queste ore, eventuali fronde interne ad orologeria, le stesse che hanno funestato la vita democratica sin qui. Con un po’ di malizia, verrebbe da dire che lui conosce bene il problema.  

Alla fine cosa resta di questo sabato congressuale? Al sottoscritto, un po’ di  (com)mozione per la nomina a vice-presidente di Ivan Scalfarotto, espressione di quell’area democratica che si è riconosciuta in Ignazio Marino e nel suo tentativo di portare dentro al PD temi e sensibilità finora sopite. Ivan darà cuore e ragione all’anima laica del partito, quella che fin qui (purtroppo) è stata  troppo nascosta. E così faranno Civati e gli altri, che al contrario di tanti  portatori di tessere, sapranno invece tessere linee di futuro. A loro chiediamo di farsi corrente, ma non corrente di partito, ci serve un pò di corrente elettrica che illumini le molte zone  d’ombra che ancora rimangono, dopo il discorso di Bersani.

Per esempio, non sarebbe bello sapere qualcosa di più sul tema delle alleanze? Per ora la strategia sembra ispirata a certe campagne acquisti dell’Inter di qualche anno fa: “Pigliamo tutti, poi si vedrà.”  E non ci vorrebbe maggiore chiarezza anche sulla legge elettorale: riformarla come? Il ritorno al Proporzionale per ingraziarsi il voto dei piccoli? Torneremo alla strategia dei nani sulle spalle di altri nani? 

Ecco, cose del genere. Per ora si capisce poco, è tutto un gran cantiere. Si vive in baracca.

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2 pensieri su “Baracca Obama”

  1. Completamente d’accordo con te. Trovo veramente carina l’accezione che trovi del termine corrente. Anche io mi aspetto che, ripresisi dallo sforzo di questi mesi, ci si possa legittimamente aspettare che i nostri, e noi con loro, ricomincincino a far passare idee e stimoli tali da rendere un discreto conduttore anche le connesioni ossidate del PD. Resto dell’opinione di una bella giornata di discussione assembleare, aperta e senza mediazioni ci potrebbe anche stare.

  2. Tanto per rimanere all’accezione “elettrica”, bisogna che i nostri/e noi con loro si continui a dare le scosse all’ambiente, altrimenti vincerà l’ingessamento riformista.
    Fermo restando che la responsabilità politica della gestione rimane a chi ha vinto le Primarie e ha l’onore e l’onere di guidare il partito.

    Sul confronto, caro Luigi, anch’io penso che non guasterebbe, chissà.

    Marco

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