Il Karma catodico di TeleGallipoli

Ruffini ha fatto un ottimo lavoro ma un ricambio in prima linea è fisiologico.

Con questo epitaffio rilasciato a Il Riformista, Matteo Orfini, braccio destro di Massimo D’Alema, recentemente asceso al gotha segretariale del PD, ha seppellito i 7 anni e mezzo di lavoro di Paolo Ruffini alla direzione di Rai Tre.
Ruffini è stato avvicendato, nelle scorse settimane, da Antonio Di Bella, a sua volta rimpiazzato alla guida del Tg3 da Bianca Berlinguer. Perché Orfini si preoccupa di giustificare il giro di valzer Rai? Perché riconosce, implicitamente, che l’operazione è stata pilotata dai vertici del Partito e, in particolare, dal nostro gallipolitico preferito. Ed è su questo che vorrei invitare alla riflessione.

Fin da luglio, i rumors di Viale Mazzini, sul destino di Ruffini, si sono intrecciati alle vicende congressuali del PD, con in tre candidati alla segreteria divisi anche dalla vision sulla tv pubblica. Ignazio Marino ha provato a chiedere che il partito segnasse una discontinuità nella gestione, tirandosi da fuori dalle beghe sulle poltrone. Franceschini e Bersani hanno preferito, invece, che la decisione diventasse parte del bottino congressuale. E così è stato.

A poco più di un mese dall’insediamento di Bersani, Ruffini ha dovuto sloggiare. Pare che per lui sia previsto un posto sui canali digitali, una sorta di cimitero degli elefanti dirigenziali dove Viale Mazzini stipa tutte quelle figure ingombranti, a partire da Carlo Freccero e Giovanni Minoli, invisi al centroDESTRA e, evidentemente disprezzati anche dai nuovi proprietari della bocciofila democratica. Poco importa se i tre nomi in questione sono fra i migliori inventori di tv in giro.

Certo, non stupisce – almeno il sottoscritto – che Raitre continui a essere considerata dal PD il giardino di casa. In un sistema televisivo pubblico/privato, inchiodato da vent’anni all’irrisolto conflitto di interessi del signore di Arcore, il Centro-Sinistra ha cercato, fisiologicamente, di conservare le rendite di posizione, maturate dal PCI con la riforma della Rai del 1976. Magari siamo passati da Tele Kabul a TeleGallipoli ma , finché il nodo non verrà sciolto, il terzo canale ha un karma catodico segnato da queste pratiche lottizzatorie.

Vi sembra strano parlare di karma a proposito di tv? Eppure anche le reti televisive hanno un’anima. E’ l’identità di un canale: lo scheletro del palinsesto e la carne dei programmi. L’anima di Raitre ha un demiurgo celebre, Angelo Guglielmi che diresse la rete dal 1987 al 1994. Guglielmi e i suoi collaboratori (su tutti Stefano Balassone) fecero un lavoro tanto straordinario, che, a distanza di vent’anni, la terza rete vive ancora sul patrimonio prodotto allora in termini di programmazione, di cast autoriale, di linguaggio sperimentale. Ma quel patrimonio, messo in cassaforte dai suoi successori, e non speso su nuove proposte, è diventato anche, nel tempo, una gabbia dorata. Il canale è finito con l’invecchiare insieme ai suoi spettatori e, a ben vedere, c’è una certa analogia con il geront-elettorato del PD.

Ruffini è stato il primo a tentare di invertire la rotta. Se da un lato ha mantenuto lo zoccolo duro di programmazione Telekabulista, da Mi manda Rai Tre a Chi l’ha visto ai contenitori dandiniani, dall’altro ha saputo rinnovare. Suo il merito di programmi come Ballarò (che gli deve nome e impostazione), Presa diretta con Iacona le Storie con Augias, Glob. Suo il coraggio di aver portato Milena Gabanelli e le inchieste di Report in prima serata. Ma la vera intuizione è stato dare spazio a Che tempo che fa con Fabio Fazio in una fascia, estremamente difficile, a cavallo tra il preserale e la prima serata del weekend. Lì dove le altre reti schierano le corazzate dell’informazione e i varietà, Ruffini e Fazio hanno scommesso su un Letterman show de no artri, sempre garbato, qualche volta perfino memorabile.

Tutto questo, naturalmente, non fa di Paolo Ruffini un martire. Ma rende incomprensibile la scelta editoriale di sbatterlo fuori, a favore di Antonio Di Bella, persona degnissima ma senza alcuna esperienza di programmazione televisiva (che è cosa bene diversa dalla direzione di un Tg). Ecco il vero limite di questa operazione. Non è solo una questione di metodo sbagliato, ma di merito inaccettabile, che la rende ancora più odiosa. Dimostra la scarsa conoscenza, e il poco rispetto, dei dirigenti del Centro-sinistra per un mezzo come la televisione. Bersani aveva detto al congresso:

Io dico che se non ci piace la gente che guarda Rete 4 noi non siamo un partito popolare.

Forse sarebbe il caso di ricordargli di rispettare anche quelli che guardano Rai Tre e, meglio ancora tutti quelli che guardano alla tv pubblica come a una risorsa culturale del paese.

Pubblicato su i iMille.

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