Anche le formiche nel loro piccolo riflettono

Visti dall’alto, stipati nelle nostre auto a sardina, incapsulati nelle lunghe code sulle tangenziali, sembriamo tutti formiche operose, in mille faccende affaccendate.

Va bene , è una banalità lo so. Ma è ciò che ho pensato, ieri sera, guardando fuori dal finestrino dell’aereo che mi riportava a Tolosa.  La sensazione è rimasta appiccicata fin sulla pista d’atterraggio, quando tutti si sono precipitati a riaccendere Blackberry, Iphone e ammenicoli vari, come se da quello dipendesse la loro sopravvivenza immediata.

Eppure eravamo stati fra le nuvole, appena un’ora. Per giunta si trattava di uno di quei voli locali, affollati di manager e impiegati che quella routine la ripetono spesso, magari due volte al giorno. Possibile che costi sempre così tanto prendersi un tempo per stare con se stessi? Possibile che perfino alle sette di sera, dopo una lunga giornata di lavoro, non ci meritiamo di tenere spento il cellulare e, magari, accendere un pensiero?

Io ieri ci ho provato e, anche per via di una serata particolarmente amara, mi sono ritrovato a chiedermi cosa conta davvero. La risposta, al dunque, rimane la stessa, malgrado gli anni passino. Malgrado, si dica che crescendo uno impara a vivere.  Purtroppo io non ho ancora imparato. E continuo a credere che, in fin dei conti, i soldi, le case, le cose siano – come dicono a Bergamo – solo fuffa. A volte, preso dalla routine del formicaio,  finisco per dimenticarlo ma la vita, poi, torna sempre a ricordarmelo.  E’ doloroso ma serve. Purtroppo.

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