Da grande capirai

Il post precedente ha contribuito, nel suo piccolo, a generare riflessioni interessanti qui e altrove. Ringrazio tutti per l’attenzione e cerco di chiarire la mia modesta opinione in particolare, rispetto a quanto scritto da Champ sul sito de iMille e sul suo blog.

Non considero compromesso sinonimo di inciucio. I compromessi possono anche avere un grande valore. Cosa è la nostra stessa Costituzione se non un altissimo compromesso fra diverse sensibilità politiche, etiche, sociali?

Il punto (oddio con sta’ mania dei punti Costa mi ha contagiato…) è che i padri costituenti davvero sentivano la responsabilità del loro ruolo. Basta leggere le memorie del tempo, per vedere come aldilà dei diversi orientamenti, ognuno si sentisse obbligato a contribuire, a fare di quel documento e di quei principi, il fondamento di un paese moderno.

Ma proprio l’esempio della costituente ci dice qualcosa di più sul senso alto, civile, del compromesso politico: la necessità che le parti coinvolte siano pronte a sacrificare un pezzo della loro soggettività, e dei loro stessi ideali, per un bene più grande.

Ora, se pensiamo a tutto questo, e poi ci confrontiamo con le parole di D’Alema e con i tentativi di dialogo di questi anni, ci rendiamo immediatamente conto della differenza. Il confronto tanto invocato rimane una chimera, perché mentre una parte (il centro-sinistra) ha cercato effettivamente di trovare dei compromessi, l’altra parte (Berlusconi… perché diciamolo chiaramente… il centro-DESTRA, a questo si riduce al momento) ha sempre mirato a salvaguardare i propri interessi privati.

In questo senso, ciò che è avvenuto in questi giorni è paradigmatico. Quale sarebbe al fondo la motivazione per accettare il male minore (secondo D’Alema, poi ripreso da Francesco Costa e da Marco Campione) ? In sostanza il timore che, altrimenti, la maggioranza “lasciata sola” potrebbe dar vita a “un male maggiore” (la legge annulla processi). Se a voi questa sembra la base per avviare un dialogo onesto fra le parti…

Ma, diamo per buono, che basterebbe il sacrificio della “nostra” parte per avviare davvero questo benedetto dialogo, allora chiediamoci: cosa è che siamo disposti a sacrificare? Il principio di eguaglianza dei cittadini è emendabile? E per quanto?

Davvero da una colossale giustizia può nascere un accordo giusto? E perché una scelta così importante dovrebbe essere demandata dagli elettori del PD, non a un confronto interno, ma alla decisione unilaterale di qualche leader?

Marco Campione ci chiede in chiusura di riflettere su che cosa significhi diventare politicamente adulti. E questa domanda mi ricorda la frasetta con cui si risponde ai bambini quando fanno domande scomode ai papà o alle mamme: “Certe cose le capirai quando sarai grande…”

Ecco, appunto, essere adulto/grande nell’accezione che ne dà Champ, significa accettare l’idea che la politica non possa volare alto,o per lo meno, che la moralità (con buona pace di Enrico Berlinguer) non possa essere un valore su cui costruire la nostra proposta di alternativa per il paese. L’idea che, per vincere, bisogna “sporcarsi le mani” e avere il coraggio di “tradire se stessi”.

Forse sarò un illuso, ma io questa idea non la condivido. E non la condivido soprattutto perché, nei fatti, ogni volta che si è accettata questa logica, si è finiti per diventare solo più cinici e delusi, seza cambiare nulla. Si uccide il padre, solo per prenderne il posto a capo-tavola.

Al contrario, io credo che se davvero vogliamo battere i perpetui, ancora prima che nel merito, dobbiamo farlo nel metodo. Questo paese riusceremo a cambiarlo , solo se rispetteremo il possibile, ma avremo il coraggio di pretendere l’impossibile.

E a chi ci chiede che cosa vogliamo fare davvero da grandi, penso che possiamo rispondere in un solo modo: vogliamo fare tante cose, tranne gli adulti.

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2 pensieri su “Da grande capirai”

    1. la tua conclusione mi conferma che ho colto nel segno: c’è un pezzo di sinistra che legittimamente non vuole crescere. Personalmente preferisco crescere.

      Marco, non mi attribuire troppe responsabilità 🙂 Io rappresento – e a fatica – solo me stesso. L’aspirazione alla crescita ce l’ho, ma mi piacerebbe che fosse una cosa naturale, senza iniezioni di ormoni dopanti, che a forza di colorare tutto di grigio, ti fanno perdere di vista la differenza fra il bianco e il nero .

      Quanto al motivo per il quale si uccide il padre ti confermo che il motivo è proprio quello che dici tu: lo si fa per sostituirlo al posto di comando.

      Il punto (uff…) è che il parricidio, anche lasciando da parte le componenti edipiche, non paga nella misura in cui ti costringe ad assumere i connotati politici che volevi cambiare. In quel caso è una assunzione di (ir)responsabilità e, per me, l’abbiamo già praticata troppo in questi anni, come centro-sinistra.

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