Che la festa cominci, più tardi

Ci ho provato e riprovato, con il rispetto che si deve a chi già mi ha regalato pagine bellissime (Come Dio comanda, Io non ho paura). Ma per ora non ce la faccio. Non riesco ad andare avanti nella lettura di Che la festa cominci, l’ultimo romanzo pubblicato da Niccolò Ammaniti.

E pensare che era stato uno dei tanti strepitosi cadeux letterari di questo Natale. Quando sono ripartito per la Francia, l’Ammaniti era in cima alla trolleyteca, infilato tra le camicie e la pasta De Cecco (ehm… sono pur sempre emigrante, 2.0 ma emigrante…).

Che la festa cominci è il racconto cui ho deciso di dare la precedenza, mentre nella saggistica spiluccavo qualcosa sul fumetto. Però mentre sul quel versante, viaggio spedito e con gioia (coming soon on this blog), su quello narrativo mi sono impantanato.

Fermo ormai da settimane a pagina trentacinque, ho raggiunto il mio personale Cervino letterario. E’ la quota, di solito,  in cui pianto il campo base quando la scalata di un racconto proprio non va.  Pur non essendo il Firmino Messner della situazione, ormai l’esperienza mi dice che, a quell’altezza di carta, se la storia ti ha preso, l’aria di lettura diventa buona.  E se non ti ha preso, allora forse è meglio lasciar perdere per qualche tempo.

L’ho già scritto. Sono convinto che l’incontro con un racconto sia sempre il crocevia di molte cose: la storia narrata, la storia personale, il momento, l’emozione, il bisogno… Se uno non riesce ad andare avanti, non è detto che sia tutta responsabilità dell’opera. Pennac ha sancito tutti i nostri magnifici diritti di lettori. Ed io ne sto invocando, implicitamente, più di uno in questo post.

Ma  sono anche consapevole che esistono dei doveri del lettore. Il principale è rispettare le storie. Dire “non mi piace”,  dopo poche pagine, magari solo perché in quel momento il cervello e il cuore sono affaccendati altrove, sarebbe scorretto. Meglio mettere da parte il libro in questione.

C’è un tempo per tutte le cose, dice una storia di grande successo di qualche millennio fa. Dunque ci vediamo presto caro Ammaniti, ma non oggi. Per ora faccio come i Dik Dik, mi fermo qui.

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2 pensieri su “Che la festa cominci, più tardi”

  1. In effetti c’è un momento per ogni cosa, e i libri in particolare sono molto legati agli stati d’animo del momento in cui si leggono.

    Mi ricordo che io desideravo leggere “La storia” di Elsa Morante perché era un libro molto noto. Iniziai a leggerlo, ma lo trovai un vero mattone.

    Lo ripresi in mano varie volte ma, ahimé, non riuscivo ad andare più avanti delle primissime pagine, pareva proprio non facesse per me.

    Un giorno andai al cinema a vedere Marianna Ucria, che mi piacque moltissimo. Comprai il libro della Maraini “La lunga vita di Marianna Ucrìa”, che si rivelò a sua volta non leggerissimo ma, avendo già visto il film e avendo quindi una certa dimestichezza coi personaggi, riuscii a seguirne la lettura e a finirlo.

    Ecco, quello fu il mio nuovo battesimo col “mattone” dopo tanti anni che non mi dedicavo cause di forza maggiore a letture impegnative. Ripresi in mano “La storia”, lo finii tutto di un fiato, lo lessi, rilessi, me ne innamorai perdutamente e ancora oggi lo amo visceralmente: chi l’avrebbe mai detto, dati gli esordi…

    1. Infatti, penso che non ci sia proprio nulla di assoluto nella lettura di un libro, ma anche nella visione di un film. Intervengono tante variabili e questo, paradossalmente, è parte della magia che ci comunicano.
      Io confesso la peggiore esperienza con il “ballo del mattone letterario” l’ho avuta con Delitto e Castigo di Dostoevskij. Ho cercato e ricercato per anni di leggerlo. Lo tengo su uno scaffale di una casa in cui torno l’estate, con la vana speranza che ogni anno sia quello buono per farla finita. E, invece, ogni volta che lo riprendo mi fermo dopo pochi capitoli. Se fosse per me, la vecchia morirebbe a 100 e passa anni nel suo letto. 🙂

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