Norman il cantastorie americano

Perfino Google, oggi si ricorda di celebrare uno dei più grandi cantori dell’America moderna, Norman Rockwell, nato esattamente 106 anni fa. Dalle copertine di Life a quelle per ilThe Saturday Evening Post, dai manifesti pubblicitari per Coca Cola alle illustrazioni per i classici della letteratura (Le avventure di Tom Sawyer), Rockwell ha fissato, con matite e pennelli, i tratti  dell’immaginario a stelle e strisce. Di se amava dire

Sono un cantastorie, dipingo la vita come vorrei che fosse…

Rockwell appartiene a quella schiera di autori (disegnatori, cineasti, scrittori, fumettisti) attraverso cui gli USA, a cavallo tra le due guerre, hanno scoperto il gusto retorico dei propri valori e li hanno codificati come brand planetario.  Nelle sue tavole,  il sogno americano prende le solide forme di piccole, sonnacchiose, cittadine rurali, paradisi di innocenza fanciullesca  e adulta bonomia.

Ma anche le scene di vita metropolitana, gli inni carosellistici all’american way of life, dove il ritmo si fa più serrato, mantengono comunque una affettuosa solarità. Persino, quando il pennino dell’artista si bagna nel calamaio della retorica, per celebrare le glorie del new deal roosveltiano, il patriottismo della guerra giusta o l’orgoglio della corsa alla Luna, conserva comunque una cifra umanissima.

Questo è l’aspetto che mi fa emozionare sempre davanti alle sue opere: Rockwell partecipa profondamente al vissuto dei suoi personaggi. C’è una ironia costante nelle sue rappresentazioni di vita famigliare, nei piccoli accadimenti quotidiani come nei grandi momenti storici. Da qui nasce anche il gusto per  il dettaglio, per i particolari seminati nell’immagine, come in una caccia al tesoro dell’immaginario star & stripes. Rockwell riesce a farci amare quell’America, perché lui l’ha sempre amata, davvero, con tutto il cuore.

In questo è un autore davvero americano: crede in quello che racconta. Poco importa se quello che racconta è esistito davvero oppure no. A certi detrattori che, nel tempo, l’hanno accusato di eccessiva idealizzazione della “più grande democrazia” del  mondo, viene da rispondere che non c’è nessun infingimento nella sua opera. Quell’America esisteva ed esiste davvero nella cultura popolare americana.

Non è un caso che fra i più grandi collezionisti della sua arte, ci siano oggi George Lucas e Steven Spielberg, altri cantori in celluloide di quel “sense of wonder” che attraversa tutta l’epopea visiva di Rockwell. Chi vuole capire gli Stati Uniti del ventesimo secolo, le promesse e le contraddizioni, il sogno e  l’illusione, dovrebbe studiare le sue illustrazioni come si fa con i classici della storiografia. E chi ama quel paese, non potrà fare a meno di amare, almeno un poco, Norman Rockwell.

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