La poetica di Samarcanda

La polemica travaglina delle scorse settimane su Anno zero lascia il tempo che trova, ma la risposta offerta a Travaglio  da Michele Santoro è utile a chi si interessi di linguaggio televisivo. Perché si possono dire molte cose di Michele Santoro, ma certo non negare la sua assoluta competenza del mezzo. E la sua lettera è una sorta di summa di quella che, potremmo definire, la poetica di Samarcanda.

Una delle critiche ricorrenti a Santoro in questi anni è stata di fare una televisione, prima di tutto partigiana, e poi – in qualche modo – violenta, chiassosa, “disordinata”, contrapposta per esempio alle inchieste lineari di Report. Ecco, come la vede invece l’autore/conduttore:

sia ben chiaro, Report piace anche a me, e molto: lo ritengo altrettanto incompatile di Annozero con gli equilibri imposti dal conflitto d’interesse al sistema informativo. Ma non è l’unico modo possibile di fare inchiesta, come non lo era un tempo il documentario in stile Bbc.

Noi proviamo a forzare la gabbia delle compatibilità, ad uscire dal seminato; per mettere a nudo le contraddizioni illiberali del palinsesto non ci accontentiamo di scavarci una nicchia alternativa. Siamo brutti, sporchi e cattivi. Raccogliamo meno consensi di Ballarò ma creiamo un maggior numero di situazioni critiche, più adrenalina, più polemiche, più brecce nella gelatina.

Santoro queste cose non le dice da ieri. Dai tempi di Samarcanda, passando per Il Rosso e Il Nero e Moby Dick, la sua televisione di parola marca le stesse caratteristiche.  Santoro e i suoi collaboratori partono da una lettura forte, inevitabilmente parziale della realtà, su cui, per paradosso, costruiscono una scaletta di programma debole, disponibile ad assumere il ritmo del dibattito in studio.

Fermi restando alcuni punti, la tessitura delle varie parti è sempre affidata al conduttore, vero e proprio deus ex machina dell’impianto espressivo della trasmissione. Vale in generale per in genere per tutti i talk show, ma vale in maniera particolare per  i programmi di Santoro. Il giornalista campano determina modi e tempi del racconto catodico come l’officiante di un rito misterico di cui solo lui può dettare i tempi.

Non è un caso che Santoro abbia vissuto la più grande polemica della sua vita con B, quando gli tolse la parola, interrompendo il collegamento telefonico con il medesimo in diretta. B la prese come un fatto personale, tanto da mettere una taglia “politica” sulla testa di Michele, eppure lì la scelta del conduttore era tutta espressiva. Santoro stava esercitando il suo diritto/dovere di sacerdote di una certa tv, di un certo stile narrativo, dotato di una punteggiatura ritmica precisa, che non ammette deroghe nemmeno per gli unti dal/del signore.

La tv di Santoro può piacere o non piacere: è  epica e contraddittoria. Ma non gli si può non riconoscere i crismi dell’originalità, i segni autentici di una poetica fedele a stessa da molti anni.

Annunci

Un pensiero su “La poetica di Samarcanda”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...