Un cosmonauta dei segni

Singolare cosmonauta, eccomi attraversare mondi e mondi, senza fermarmi a nessuno d’essi: il candore della carta, la forma dei segni, la figura delle parole, le regole della lingua, le esigenze del messaggio, la profusione dei sensi che si connettono.
Roland Barthes

A trent’anni dalla scomparsa, la rivista “Riga” dedica a Roland Barthes,  geniale pensatore, irregolare ed eclettico,  una monografia, curata da Marco Consolini e Gianfranco Marrone, presentata oggi a Milano, con la partecipazione di Umberto Eco e Alberto Arbasino. Leggere (e rileggere) Barthes è un piacere critico assoluto e ogni saggio resta, a suo modo, unico.

Il grado zero della scrittura, Miti d’oggi, Saggi critici, Elementi di semiologia, La camera chiara, S/Z… Lo ammetto, snocciolare i titoli dei suoi saggi mi dà lo stesso gusto che i tifosi nostalgici provano nel rievocare la formazione dell’Inter di Herrera.

Certo, la portata e la strumentazione di quelle analisi, un tempo rivoluzionarie, dedicate alla pubblicità, alla letteratura e alla fotografia (tanto per citarne alcune), oggi appaiono ridimensionate. E, non di rado, a rileggerle con il senno di poi ci si rende conto che i “vari” Barthes si contraddicono l’un altro.

A guardarlo in retrospettiva, da un punto di vista strettamente semiotico, il suo metodo d’analisi è in effetti  un “non metodo”: un unicum  irriproducibile perché intimamente legato alla sensibilità personale del critico. Uno sguardo sul mondo che non si è mai preoccupato, al contrario di quanto hanno fatto Umberto Eco e Algirdas Greimas, di darsi una compiutezza scientifica.

Questo è il limite e la forza di Barthes. Il limite dell’autore, certo,   che non è riuscito a creare una scuola di pensiero, ma ha “solo” prodotto intuizioni geniali. La forza delle opere, però, che continuano ad essere “attuali” perché capaci di stimolare, come poche altre in maniera autentica, la curiosità intellettuale e lo spirito critico di chi vi si accosti per la prima volta anche trent’anni dopo.

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