Per un pugno di strisce (da Floyd a Tito)

Sul numero in edicola di Topolino, parte una storia molto particolare. Lo sceneggiatore Tito Faraci – coadiuvato alle matite da Lorenzo Pastrovicchio –  racconta di averla pensata come  un omaggio alle strisce avventurose di Mickey Mouse di Floyd Gottfredson pubblicate sui quotidiani americani a partire dalla fine degli anni Venti. E in effetti, proprio come accadeva allora, il racconto apparirà “a puntate”, a cadenza di due strisce alla volta per sei settimane.
In attesa di leggerla (io purtroppo potrò farlo solo fra un paio di settimane), questa curiosa operazione mi offre  lo spunto per qualche riflessione sul rapporto tra racconto e formato nei fumetti.
L’argomento è stato discusso anche dal semiologo Daniele Barbieri, dietro “istigazione” dal sottoscritto, in un recente e interessante post (grazie Daniele).
La questione  è cosa accade a un fumetto quando il formato materiale del testo, che sia una pagina di giornale o un intero albo, non “contiene per intero il racconto”, ma ne ospita solo una parte. E’ la classica dinamica dei testi seriali (fumetti ma anche tv, letteratura, cinema…)  che si sviluppano a singhiozzi narrativi periodici, le cosiddette puntate o episodi. Come chiarisce Barbieri:

Per quanto inserito nel percorso narrativo sia un episodio, esso deve avere anche elementi di autonomia: non deve magari racchiudere un’intera storia, ma deve però racchiuderne una fase che il lettore percepisca come dotata di senso.

Questa particolare dinamica è evidente nella classica striscia a fumetti, che è di sicuro il formato seriale più “intenso”, sperimentato nella sua storia dal medium. In appena quattro, cinque, vignette, va condensato un pezzo di storia, per di più creando il gancio finale, in cliffhanger per il giorno dopo.
In pratica, la striscia è una linea ritmica fra due estremi, la prima e l’ultima vignetta della serie orizzontale, in cui l’accento va a cadere sempre sull’ultimo elemento della sequenza, il finale aperto.
Le modalità espressive possono variare: ci sono strisce che si sviluppano in un crescendo costante, mentre altre – per esempio il Mickey Mouse di Gottfredson – prevedono un andamento  “più altalenante”.
A riguardo è interessante vedere come, pur potendo praticare le ellissi tipiche del fumetto, sfruttando ad esempio il bianco tra le vignette per creare robusti salti temporali, nella gran parte dei casi, i cartoonist abbiano prediletto nella striscia una sorta di unitarietà aristotelica.
Con pochissime eccezioni, l’azione viene ricompresa in un arco di tempo abbastanza ridotto e anche i cambi di scena sono dosati con cura, all’interno della stessa quaterna/cinquina di vignette.
Per certi versi, credo che abbia prevalso in questa logica, il fatto che le vignette poggino tutte sullo stesso asse orizzontale, da sinistra a destra, una traiettoria prediletta della lettura occidentale e, dunque, d’immediata fruibilità per il pubblico. Non v’è dubbio che, per la sua natura “breve”, la striscia sia costruita sempre per una lettura continua, compatta, tutta d’un fiato.

Naturalmente queste sono solo poche note sparse di un discorso molto più ampio che riguarda, come dicevamo all’inizio, il rapporto generale tra formati materiali e soluzioni narrative seriali nel fumetto.
Sarà interessante vedere, come si è confrontato con questa peculiare dimensione narrativa, un autore eclettico come  Tito Faraci che – in tempi non sospetti – a proposito delle strisce diceva:

Le strisce mi piacciono ma andrebbero pubblicate come strisce. Se un quotidiano mi lasciasse fare una striscia ad ampio respiro lo farei e studierei i sistemi narrativi da utilizzare.

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1 commento su “Per un pugno di strisce (da Floyd a Tito)”

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