Buon anniversario Guglielmo

Trent’anni fa, nel 1980, veniva pubblicato per la prima volta, Il Nome della rosa.

Io m’imbattei nel romanzo di Umberto Eco, sette anni dopo, quando il mio orizzonte letterario di tredicenne oscillava tra Sherlock Holmes e Tex Willer. Me lo feci regalare per Natale, dopo essere rimasto folgorato dal film con Sean Connery.

Immaginate un ragazzino brufoloso, che si aspetta qualcosa a metà tra l’adorato Sherlock e James Bond (nel film l’attore era lo stesso, diamine!), e si ritrova alle prese con quel malloppo erudito. La trama gialla era diluita lungo centinaia di pagine, affogata tra dotte disquisizioni sulle eresie cristiane e sul valore della cultura libresca…

La mia fu quella che il professore piemontese definirebbe una lettura sgangherata: saltavo le pagine che non mi piacevano (compresa quella melensa scena d’amore, bleah!) e andavo al dunque della trama poliziesca.

Esercitavo quei diritti di lettore, di cui Daniel Pennac ci avrebbe edotto istituzionalmente anni dopo, ma che in realtà ognuno di noi mangiatori di storie, impara ad esercitare da autodidatta, frequentando gli scaffali di casa. Mi presi le mie libertà e mi godetti il Nome della Rosa come mi godevo, all’epoca, Assassino sull’Orient Express e La poltrona numero 30.

Mi piacque molto. Più ancora che la trama che, d’altronde, conoscevo già dal film, mi colpì il metodo di indagine di quel frate così saccente e così sapiente, Guglielmo da Baskerville. Probabilmente, m’identificavo anche con il giovane Adso, ma era Guglielmo la figura davvero affascinante. Rimanevo incantato di fronte a scambi di battute come questa tra l’assistente e lo studioso:

“E voi,” dissi con infantile impertinenza, “non commettete mai errori?”

“Spesso,” rispose. “Ma invece di concepirne uno solo ne immagino molti, così non divento schiavo di nessuno.”

Guglielmo mi conquistò, anche perché, alla fine, nonostante la sua straordinaria abilità, rimaneva “sconfitto” da una vicenda più grande di lui. E questo, per me che ero abituato agli eroi tutti di un pezzo del fumetto e della letteratura popolare, era una spettacolare novità.

Negli anni, sono tornato nell’abbazia, almeno quattro volte. Alla lettura parzialissima e ingenua che ho appena raccontato, sono seguite riletture sempre più consapevoli, cariche di competenze semiotiche e smaliziati viaggi letterari.

Eppure, Il Nome della rosa continua a piacermi molto. Anche, se paradossalmente, la conoscenza semiotica ha ridotto il gusto quasi magico che mi suscitava, in principio, l’arte deduttiva di Guglielmo. E’ come per i trucchi degli illusionisti: una volta spiegati, perdono un poco del loro fascino.

Resta l’abilità strepitosa di Umberto Eco, autentico Houdini letterario, per una storia,  magnificamente intrisa di già detto, e malgrado tutto, a suo modo, misteriosamente originale.

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