Storia di una mamma e di un paese

Ieri era la festa dei lavoratori. Io, fra un mese e mezzo, quando Anita compirà un anno, un lavoro non lo avrò più.

Ieri mi sono imbattuto nel diario di Momini, neomamma, e dopo alcuni post dolcissimi dedicati alla sua immensa gioia, ecco questo sfogo pacato, e al tempo stesso, amarissimo.

Una storia come questa racconta lo stato delle cose meglio di tanti giri di frase, dotte elucubrazioni, analisi forbite.  Ci si riconosce  e si riconosce, purtroppo, questo nostro strano paese.

Un paese dove tutti, dalla chiesa alla politica, difendono a parole l’istituto della famiglia (“la famiglia è alla base della nostra società”, “dobbiamo rimettere al centro la famiglia”, e bla bla bla) ma, poi, in concreto, cosa accade?

Se diventi madre e non hai un posto a tempo indeterminato, finisci a spasso. E anche se il posto te lo puoi tenere, non è detto che al rientro della maternità, trovi ancora il tuo lavoro. Vale per le giovani mamme e vale per i giovani papà.

Un mio amico, manager brillante di una grande società, si è visto mettere nel rispostiglio dall’azienda, solo perché aveva chiesto, per qualche tempo, la riduzione di orario per poter prendersi cura del figlio, cercando di non lasciare tutto il peso dell’attività alla compagna.

E vogliamo parlare degli asili? Oggi mia cognata rientra, a nove mesi dal parto, al lavoro e ha dovuto accedere l’equivalente di un mutuo per portare la bimba al nido.  Asilo privato, ovviamente, perché in quelli comunali ci sono liste di attesa lunghe come per i trapianti di fegato.

Il fegato che uno si mangia a sentire la signora ministra dell’istruzione: un privilegio stare tre mesi casa dopo il parto. Facile dirlo, per lei neomamma, la cui poltrona da ministro non era certo in discussione mentre allattava e che, probabilmente, non ha bisogno di normali asili cui lasciare i bebé.  Ci saranno stuole di tate ad accudire i piccoli, mentre lei lavora. Perfetta immagine dell’ipocrisia di un paese e della sua classe dirigente.

Versione francese dell’articolo, pubblicata su wikio

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6 pensieri su “Storia di una mamma e di un paese”

  1. Ho letto l’intervista e dire che mi si sono rizzati i capelli è poco, ho una acconciatura che potrebbe fare invidia alla “Miss più Cotonata” degli anni ottanta.
    Ma questa non si rende conto che ciò che lei chiama “privilegi” sono dei DIRITTI, e che tale diritti nei paesi un po’ più civili, sono diritti rispettati e indiscussi!
    Ma questa donna sa cosa vuol dire essere madre? Forse è il caso che ne riparli tra un paio di mesi, quando le notti insonni si faranno sentire, quando le coliche e i primi malanni del figlio le faranno tenere il fiato sospeso… Ma cosa dico, tutte cose che si possono vivere in piena tranquillità con una tata esperta, assunta 24 ore su 24, alla modica cifra poco più superiore dell’entrata mensile di un’intera famiglia media italiana…
    Scusa lo sfogo, ma è un’argomento che mi tocca giusto un pochettino.
    A presto 🙂

  2. innanzituto grazie per esserti interessato alla mia piccola storia.
    ho letto l’intervista al ministro…un’altra cosa che mi ha fatto bollire il sangue prima che la calma zen appresa in tante notti insonni mi facesse scivolare addosso anche questa.

    il paradosso della mia vicenda è che io sono una di quelle che ha aspettato il contratto a tempo indeterminato per fare un figlio, senza rendermi conto che ci sono infiniti modo per costringerti a stare a casa anche quando il tuo contratto dice che hai diritto di stare lì.
    ma il problema non è solo la piccola azienda di provincia in cui lavoro io, la verità è che non siamo pronti. in Italia se si pensa alla famiglia si pensa ancora alla mamma che sta a casa con il grembiule a preparare i pasti per tutti.
    i modi ci sarebbero per far rientrare le mamme sul lavoro in modo dignitoso ma non c’è la volontà di farlo. anche gli amici più aperti alla fine se lo lasciano scappare il pensiero:
    se avessi un’azienda cercherei di assumere meno donne possibile.

  3. Ora che me l’hai raccontata meglio è ancora peggio.
    Purtroppo è così ovunque: mia moglie lavora in ospedale e, incredibilmente, anche in quegli ambienti c’è la più assoluta insensibilità per queste tematiche. Addirittura, certi commenti odiosi da parte di medici a proposito di colleghe in congedo maternale, quasi che fosse un privilegio…
    Continuo a leggerti con piacere e, per quel pochissimo che può valere, in bocca al lupo per tutto.

  4. Vuoi sapere qual’è il colmo?
    Anita ha ottenuto un posto, dal prossimo settembre, in un ottimo nido privato con i contributi del comune (in pratica io pago una retta pari a quella di un asilo comunale e il comune copre il resto della spesa). Questo mi dava una certa tranquillità al pensiero di cercare un nuovo lavoro perchè sapevo che la mattina sarebbe stata all’asilo e il pomeriggio con la nonna, che lavora part-time.
    Bene, ho appena scoperto che se uno dei genitori rimane senza lavoro, l’assegno del comune viene sospeso e il posto all’asilo passa ad un altro bimbo.
    Quindi se non trovo subito un lavoro in modo da tenermi il posto, farò davvero fatica a trovarne uno quando avrò la bambina a casa tutte le mattine.
    Tutto questo mi sembra demenziale…e invece ci sono immersa fino al collo!

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