Michele Santo(ro) subito

Non ce ne andremo, se vogliono ci caccino, ma dovranno passare sul nostro corpo.

Così, aveva detto dopo Raiperunanotte. L’aveva promesso, non al variegato fronte di farisei (Berlusconi, Bersani,  Zavoli, gli ipocriti del PD e gli immobiliaristi dell’IDV…) contro cui si è scagliato l’altra sera, in apertura di trasmissione.

L’aveva promesso al pubblico osannante del Palasport di Bologna. Quel pubblico fedele, anzi quel pubblico di fedeli, per cui – in questi anni – Michele ha officiato il rito catodico del suo Anno Zero.

I voti da sacerdote del piccolo schermo,  il giornalista campano li ha presi quando gestiva la piccola Parrocchia di Samarcanda. Già allora, la vocazione era evidente, il talento pure. Se si ama il linguaggio televisivo, non si può non riconoscerglielo.

Nel tempo, i crismi della santità telegenica, quealla che si misura a colpi di audience e di audizioni (alla commissione di vigilanza Rai), sono emersi sempre di più. Sono diventate le stimmate della passio catodis di San(toro) Michele da Salerno in lotta con la mafia, con il drago Berlusconiano, contro l’ipocrisia di un sistema televisivo inchiodato alle sue contraddizioni.

Contraddizioni da cui il sacerdote ammette di non essere esente . Peccatore tra i peccatori, martire tra i martiri, ha vissuto nell’antro della balena (Moby Dick) come Giona. Ed ha compiuto l’amara attraversata del deserto, quando il Dio Silvio l’ha scacciato dal paradiso dell’Auditel.  Da ogni caduta mediatica è sempre risorto, con la forza sacra dello share, fonte di ogni santità telegenica.

Ha ragione Michele a prendersela con chi gli fa i conti in tasca,  con chi non li ha mai fatti a Bruno Vespa o Enrico Mentana. Con chi non riconosce che le sue percentuali oceaniche di audience, sono fruttate alla chiesa di Viale Mazzini, molto più della misera questua di milioni di Euro con cui sarà reliquiato.

Quello che però Michele fa finta di non sapere è che la storia mistica che si è narrato addosso in questi anni, ormai non può essere ridotta a una transazione privata fra il suo  agente e i vertici della Rai. Tre, cinque o sessanta milioni di euro fa poca differenza. Quella liquidazione sono i trenta denari con cui ha tradito l’amore e la morale dei suoi fedeli.

Il giornalista anche l’altra sera, nel suo sermone apocalittico, ha confermato di essere un grande.

E’ l’uomo che è apparso piccolo, piccolo. O almeno troppo piccolo per il carico di speranze che si era cucito addosso.

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