Per fortuna o purtroppo

Le solite pretestuose polemiche sulle parole di Elio Germano ci ricordano cos’è il nostro paese oggi.

Il bello è che in Europa, fuori dagli stereotipi, molti di noi  – mi ci metto anch’io, nel mio piccolissimo, qui oltralpe – ci stanno e ci stanno bene.

Al sottoscritto, è capitato ad esempio che un collega “indigeno” gli dicesse un giorno, quasi per fargli un complimento: “Non sembri quasi italiano”.

In effetti, a parte il mio maldestro  francese (grossomodo quello di Peter Sellers, La Pantera rosa), sfuggo a molti pregiudizi – qui li chiamano “a priori”- con cui i cugini transalpini, tradizionalmente, ci giudicano.

Non ne faccio certo un vanto e e, infatti, al tizio ho risposto con un’alzata di spalle: “Neanche tu sei malaccio per essere un francese.”

Sinceramente, non so se come dice il mio compatriota attore siamo davvero migliori  della classe “digerente” che ci è toccata in sorte.  Alcune volte mi sembra di sì: che ci sia molta gente di qualità dalle nostre parti e che, nonostante tutto, possiamo ancora sperare in un paese migliore.

Altre volte, invece di fronte alle nostre miserie quotidiane, alla mancanza di rispetto che riserviamo a noi stessi, lo scoramento prevale. Il senso di una battaglia persa con il futuro diventa terribilmente concreto.

Per quel che vale, penso che  la dovremmo smettere di sentirci appagati dalle nostre solite prerogative (creatività, originalità, capacità d’improvvisare) , non perché non siano utili, ma perché diventano spesso l’alibi per praticare anche  i nostri soliti difetti (poco senso della comunità, molta disorganizzazione, troppa insofferenza per la programmazione e per le regole).

Dovremmo riscoprire il gusto di metterci in discussione, di misurarci con i nostri limiti, e di pretenderlo anche da chi ci governa, da chi dirige le aziende, da chi occupa un qualsiasi ruolo di responsabilità.

Perché una cosa è certa: possiamo essere migliori di così. Per fortuna o purtroppo.  Per fortuna.

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2 pensieri su “Per fortuna o purtroppo”

  1. Ti parla una che è italiana, ma non ne rispecchia i clichè.
    Sono d’accordo con tutto ciò che dici. “Dovremmo riscoprire il gusto di metterci in discussione, di misurarci con i nostri limiti, e di pretenderlo anche da chi ci governa, da chi dirige le aziende, da chi occupa un qualsiasi ruolo di responsabilità”.
    Tutti si lamentano, ma la verità è che ci si limita a parlare, perchè, in fin dei conti, mi spiace dirlo, è più comodo assestarsi sullo status quo invece che rimboccarsi le maniche per trasformare quelle parole in atti concreti.
    E’ facile far rimbalzare sempre le colpe sul vicino. Al contrario, secondo me, è necessario, prima di tutto ripensare noi stessi, il nostro modo di relazionarci con gli altri e con la classe dirigente così come ci viene proposta, con chi ci fa lavorare, con chi ci fa studiare. Solo dopo un profondo, continuo e instancabile lavoro su di sè si può anche solo pensare di additare gli altri.
    Gloria

    1. Grazie. Anche se mi rendo conto che si rischia di cadere nella retorica. Però, davvero, credo che se abbiamo una speranza come paese è quello di riscoprire (o conquistare, fai tu) un senso della comunità.
      Non “la patria”, il “popolo”, “la nazione”, semplicemente “noi”. Per le tante cose belle che sappiamo essere e per le tante altrettanto preziose che, insieme, potremmo scoprire di saper fare.

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