Tu is megl’ che uan

Endiadi, chi erano costoro? Una figura retorica, il cui nome viene dal greco “una cosa per mezzo di due”. Si fanno sposare due termini – tramite la congiunzione “e” – per esprimere un qualche concetto, che potrebbe essere manifestato da un’unica espressione. Esempi classici: far fuoco e fiamme, la decisione e la volontà, etc.

Bene. Oltre che a mostrarvi che il titolare di questo blog è personcina istruita, ora vi spiego perché tiro fuori certe nozioni per parlarvi di Pierluigi Bersani e del suo discorso all’assemblea nazionale del PD del 21-22 maggio.

Nei giorni scorsi, con spirito lodevolmente democratico, il testo è stato inviato per mail a tutti gli iscritti e, dunque, ho avuto il tempo di rileggerlo con calma.

Ecco, diciamo che non si tratta di “I have dream” e nemmeno di “Yes we can”. Il giudizio migliore sulla retorica bersaniana credo l’abbia dato Mattia Carzaniga. Peraltro, con la solita intelligenza semiotica, Giovanna Cosenza ne aveva già discusso alcune peculiarità.

Personalmente, nell’occasione, mi ha colpito proprio la quantità di endiadi di cui è inzeppato il testo. Per esempio:

nel paese regnano “il disagio e l’inquietudine” che la gente esprime “in disamoramento o in radicalizzazione”. E  il PD deve essere “Plurale ma corale” (il “ma” vale la “e” nel caso).

La partecipazione si basa su “proposte e iniziative”, altrimenti la politica perde “voce e credibilità”. La questione è “preliminare e cruciale”

…Tutto questo solo nella prima pagina. Per la verità, nelle successive, il numero delle endiadi dure e pure diminuisce, ma non il guazzabuglio di espressioni similari che hanno sempre lo stesso obiettivo: due parole per non prendere una sola posizione.

Checché se ne dica il tanto bistrattato “ma anche” Crozziano/Veltroniano ritorna prepotente nel discorso di Bersani, perché diventa l’unico modo di richiamare all’unità il partito, di tenere insieme l’opposizione e la proposta, il dibattito e la decisione, il dire e il fare, i mari e i monti, le capre e i cavoli.

Non sto dicendo che tutto il discorso è costruito così: ci sono anche passaggi determinati (per esempio quello sulla corruzione), ma per la maggior parte è questa la strategia. Insomma, come diceva ai tempi belli il conterraneo di Bersani, Stefano Accorsi: “tu is megl’ che uan”, se lo spirito è quello di non scontentare nessuno.

E c’è un’endiadi ripetuta ben cinque volte nel testo, abbastanza rivelatrice. E’ il

Cari amici e compagni,

con la volontà esplicita di abbracciare tutti. Dentro questa  non scelta lessicale  si rimane aggrappati alle storie di ieri, per non esserne obbligati a costruirne una nuova, a fare vera sintesi.

E dire che la parola giusta, l’avremmo anche trovata. Ci serve solo il coraggio di invocarla fino in fondo, senza endiadi e senza compromessi, con l’orgoglio che merita. Qualcuno lo suggerisca a Bersani: la prossima volta, ci convochi per quello che siamo e che vogliamo essere.

Cari democratici

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3 pensieri riguardo “Tu is megl’ che uan”

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