Tra Pinocchio e Lost

Pinocchio - olio su tela di Arianna Papini

Jacob è morto, John Locke è morto e anche Jack, nel suo piccolo, non si sente tanto bene. Lost ci ha lasciati da qualche settimana e siamo ancora qui a elaborare il lutto catodico.

Nel frattempo, fioccano in rete e altrove le esegesi. C’è chi ha capito tutto, c’è chi oscilla tra scienza e fede e chi, addirittura, ha tirato in ballo l’esoterismo new age.

Ci sta tutto. Non sarà la Divina Commedia o  l’Ulisse di Joyce ma Lost è stata la drammaturgia televisiva più importante degli ultimi dieci anni. E allora vi dico la mia, per quello che vale, partendo da… Pinocchio.

Illustrazione di Roberto Innocenti

Forse non molti lo ricordano, ma nell’iniziale pubblicazione a puntate sul  “Il giornale per bambini”  nel 1881, La storia di un burattino si conclude con Pinocchio impiccato alla Quercia grande. Avete presente?  Il discolo non dà retta a babbo Geppetto, fa cricca con il Gatto e la Volpe che, nottempo, lo impiccano per rubargli i denari.

Pinocchio muore, perché non ha rispettato le regole. Così l’aveva pensata Collodi: una fiaba breve con una morale severa.  Oggi, questo finale corrisponde alla conclusione del capitolo XV . Quando apparve la prima volta sul “Giornale dei Ragazzi”, passarono oltre 5 mesi prima che la storia trovasse una continuazione, su richiesta del pubblico e dell’editore.

Qualcuno potrebbe dire meglio così, la storia che amiamo è quella del pescecane (o la balena disneyana se preferite), di Lucignolo, della Fatina, etc.. Ma il punto che mi interessava era un’altro.

Se uno rilegge Pinocchio, alla luce di quanto detto, salta all’occhio la differenza narrativa tra gli episodi prima e dopo quella morte. La stessa tensione “morale” che aveva il breve apologo iniziale si annacqua nelle tante pirotecniche avventure del seguito.

Ok, lo so vi state spazientendo:  bella storia  ma che c’entra con l’isola e i naufraghi? C’entra perché quello che è accaduto a Collodi e al burattino, è ciò che è accaduto in Lost.

Se analizziamo la struttura degli episodi delle prime tre stagioni della serie, notiamo che sono contraddistinti da una compattezza di temi e formule narrative (presente/flashback). C’è un dramma insito in ogni eroe di Lost, un problema esistenziale irrisolto con cui l’Isola “magica” lo porta a confrontarsi nel presente.

L’episodio pone, ogni volta,  il personaggio di fronte a un dilemma morale: da un lato il riscatto (la scelta giusta), dall’altro la perdizione (la scelta sbagliata).

Fateci caso: fino alla terza stagione, i misteri accessori  che pure compaiono (gli altri, i numeri, la Dharma), incidono pochissimo sulla drammaturgia. Più che il nemico esterno, Saywer, Locke e compagnia naufragando devono fare i conti con un demone interiore. E’ quello che ci inchioda alla poltrona.

Lost illustrazione
Lost illustrazione

Poi, a partire dalla  seconda metà della terza stagione, qualcosa è cambiato. La forte spinta morale dei personaggi è stata diluita in grandi arabeschi soap, deliranti fughe nel tempo e nello spazio. La stessa struttura narrativa presente/flashback non ha retto più.

Proprio come avvenuto per Pinocchio, la necessità di riscrivere lo spunto iniziale per un numero maggiore di episodi, ha sfilacciato l’intreccio in mille trame stremate.

E’ prevalsa la logica del colpo di scena a tutti i costi. Ci è aggrappati alle sequenze matematiche, ai paradossi temporali, agli “altri di altri”, per tenere viva l’attenzione. Il torto peggiore lo si è fatto ai personaggi, messi “sotto vuoto narrativo”,  procrastinando la soluzione dei conflitti interiori all’infinito, per poter allungare il brodo di serie.

Solo nel finale, bello davvero, Lost è riuscito a ritrovare in parte lo spirito affascinante delle origini. Quel finale che ha spiegato poco, è vero,  ma ci ha saputo dire molto su come l’Isola ha cambiato i personaggi.

Ci ha raccontato di come, alla fine, i burattini possano diventare bambini in carne e ossa. E al dunque è quella l’unica cosa che ci interessa, dai tempi di Carlo Collodi  a quelli di J.J.Abrams.

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