Veramente falso

"The Story of Golden Locks", Seymour Joseph

La mia dolce metà chiude il libro che sta leggendo, con un gesto stizzito. Sbuffa seccata: “Uno dovrebbe scrivere solo di cose che conosce davvero.”

“E perché?” Le domando incuriosito.
Lei si stringe nelle spalle: “Perché altrimenti il lettore lo capisce che stai raccontando cose non vere.”
“Non credo sia un problema di verità…” Ribatto convinto: “… Voglio dire: Salgari scriveva della Malesia, dei pirati di Mompracèm e, per quanto ne so, non si era mai spinto oltre Genova. Un bravo narratore lavora anche di fantasia.”
“E’ diverso” ribatte lei: “Non mi riferivo a fatti e luoghi. O, almeno, non solo. Mi disturba, soprattutto, quando uno parla di sentimenti e sembra non conoscerli.”
“Spiegati.” Le chiedo sempre più interessato.
Lei rimane in silenzio un momento. Si sfiora la punta del naso, un gesto tenero che, negli anni, ho imparato a riconoscere e amare. Sta riflettendo: è come se passasse in rassegna mentalmente tutte le pagine di quel romanzo che l’hanno tanto delusa. “Ecco, è ben scritto, ma a volte… E’ come se fra il narratore e le cose che racconta ci fosse una distanza, un vuoto di realtà.”
Annuisco: “Per quel che capisco, il problema della ‘tua’ storia non è di verità, semmai di credibilità.”
Lei mi sorride, sorniona: “Ora tocca a te spiegare, scienziato.”
In effetti rimango un momento pensoso, cerco le parole giuste per spiegarle il mio punto di vista: “Quando ascoltiamo una storia non abbiamo nessuna possibilità di verificare se le cose che ci vengono raccontate siano vere, o quale rapporto con la realtà abbiano. Ciò che davvero pretendiamo è che la storia sia fedele alle premesse.”
“Però Sarajevo non è Topolinia!” Mi interrompe appassionata: “Se racconti la guerra nella Ex-Jugoslavia, devi farli i conti con la realtà.”
“Si, certo.”Ammetto: “Ma una storia di finzione, romanzo, film o fumetto che sia, non pretende di essere un saggio storico o geografico. E non pretende di essere un reportage giornalistico… Una storia funziona se innesca un’emozione, questa è l’unica regola che conta. Io credo che il romanzo ti ha deluso, non perché il narratore non conosce direttamente le cose (luoghi, fatti o sentimenti) che racconta, ma perché  non è riuscito a farti credere alla sua storia.”
“Insomma è tutto un imbroglio!” Ride divertita.
Sono io stavolta a fare spallucce: “In un certo senso. Quando fabbrichi una storia, puoi barare su nomi, cose e città. Puoi inventare geografie immaginarie e rovesciare le leggi della fisica. Sulle emozioni, no, su quelle non puoi bluffare e sono quelle l’unica verità che conta.”
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