Soluzione in nero (l’inchiostro di Magnus)

Le grandi campiture nere nel fumetto servono, di solito, a definire volumi e ombre.

Daniele Barbieri rifletteva qualche giorno fa sulle diverse modalità di stendere l’inchiostro in grandi autori come Alex Raymond e José Muñoz, distinguendo un uso naturalistico, che rimanda alla fotografia e al cinema, ed  uno espressionista più legato, direi, ad una poetica grafica  “impressionista”.

Leggendo le sue considerazioni mi veniva in mente un altro nero del fumetto cui sono affezionatissimo, quello “plebeo” , “povero”, “semplice” e non per questo meno affascinante, di Magnus negli anni Sessanta.

Quando nel 1964, Alberto Raviola (in arte Magnus) si trova a lavorare contemporaneamente su due fumetti, Kriminal e Satanik, che per formato (il pocket, con due vignettoni per pagina) e per genere (il fumetto “noir” per adulti) rimandano al capostipite Diabolik, ha il problema di sfornare tavole in quantità industriale, e in tempi ridottissimi, come lui stesso ha più volte rievocato:

Ai tempi ero come Salgari: incatenato al tavolo da disegno per far fronte a una mole di lavoro sovrumana. Le ampie campiture nere mi servivano per andar via veloce senza soffermarmi troppo nella rifinitura delle vignette. Così realizzavo spesso dei controluce, arbitrari, inesatti che però avevano una loro efficacia.

Kriminal - Bunker & Magnus

Questo nero inventato come soluzione produttiva, per velocizzare la realizzazione delle tavole, insomma diventa effetto espressivo. Per dirla con Barbieri, è un nero anti-naturalistico, tutto legato a una resa sintetica interna al racconto stesso.  A partire dal costume del personaggio di Kriminal che, in origine, secondo le intenzioni dello sceneggiatore Luciano Secchi/Max Bunker  doveva essere nera, con in rilievo le ossa bianche dello scheletro,   e che Magnus ribalta nell’opposto.

Ne viene fuori una iconografia al negativo, con le figure che sbalzano dalle vignette affogate nell’oscurità. Il nero di Magnus inghiotte proporzioni, distanze, prospettive. Divora tutto. E quel che rimane in chiaro, che sia un volto o un dettaglio (un oggetto, una parte del corpo), sembra un brandello pallido strappato alle tenebre.

La mancanza quasi assoluta di penombra, di chiaroscuri produce anche una sorta di connotazione stilistica morale. Non c’è spazio per le mediazioni nel primitivo universo noir di Magnus (e Bunker). Ci sono solo bianco e nero e il nero prevale sempre.

In seguito, Magnus riproporrà parte delle soluzioni espressive sperimentate in quella fase pioneristica, per le storie anni 70 de Lo sconosciuto. Sarà lo stesso nero e, contemporaneamente, un nero ancora più cupo, pesante come il piombo, assoluto come l’Italia che raccontava.

Lo sconosciuto - L'uomo che uccise Ernesto che Guevara - Magnus
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2 pensieri riguardo “Soluzione in nero (l’inchiostro di Magnus)”

  1. Condivido pienamente.
    Posso aggiungere che (ironia della sorte) Magnus assume questa soluzione proprio dal suo mito, ovvero il medesimo Alex Raymond, che fa ampio uso di ombreggiature espressive in una fase (intorno al 1936) di Flash Gordon.
    Certo che Magnus, pur partendo da lì, si reinventa davvero il modo di usarle, e (impronta del genio) riesce a fare di una necessità di lavoro una cifra stilistica!
    Ciao
    db

    1. E’ vero… non avevo colto il rimando a Raymond che in effetti diventa evidente anche in un’altra produzione più tarda di Magnus: I briganti. Qui anche la messinscena figurativa, oltre che la grafica, è tutta “raymondiana/gordoniana”.

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