Che bella cosa

Non ci sarebbe un farmaco legale che colmi un po’ di vuoto, un po’ di scontento?

Bruno Michelucci – Valerio Mastrandrea

Se Charles Dickens fosse nato a Livorno, negli anni Sessanta,  si sarebbe chiamato Paolo Virzì.

L’ho pensato ai tempi di La bella vita e Ovosodo ed, oggi, appena recuperato (in sala d’essai) La prima cosa bella, me ne sono convinto.

Non c’è trucco, non c’è inganno, venghino, siòri, venghino, a vedere come si possa raccontare le cose in maniera semplice, logica, “classica” e al tempo stesso, suscitare emozioni profonde.

Come sempre, Virzì parte da una scrittura (di cui lui stesso è uno degli artefici) priva di sbavature. Si  sarebbe detto un tempo, una vera e propria sceneggiatura di ferro: tutti i passi  narrativi sono misurati rispetto alla strada che il racconto deve percorrere.

Il resto lo fa una sapienza registica, ormai consolidata, in grado di creare una perfetta alchimia tra funzionalità del carattere e autonomia dell’interpretazione (gli attori fanno a gara in quanto a bravura).

Dalla fotografia “polaroid 70” , perfettamente rispondente allo spirito del tempo narrato, alla colonna sonora splendida nel rievocare i sapori di un’epoca, tutta la messa in scena è curata per rispondere alle ragioni dell’affabulazione .

Ad esempio, sono sempre i personaggi nel film a sovrapporsi nei brani cantati  alle voci dei dischi, quasi a sottolineare il legame tra il loro vissuto e le emozioni suscitate dalle canzoni.

Per forza di cose, un film così felice suscita paragoni importanti con le grandi stagioni della Commedia all’italiana. L’Anna interpretata dalla coppia  Stefania Sandrelli /Micaela Ramazzotti rimanda in una certa misura alla  Adriana di Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli. Ma in ogni quadro del film si respira la migliore tradizione del nostro cinema: Risi, De Sica, Scola, Monicelli.

C’è una scena in questo senso paradigmatica. Quando alla protagonista portano via i figli e lei insegue, disperata, l’auto che le sta rubando la cosa più bella della vita. Ecco in quella corsa, a me è parso di rivedere  Anna Magnani in Roma città aperta, quando corre dietro al camion nazista. Non so se si tratta di una citazione esplicita, forse è più un modo di interiorizzare un vissuto cinematografico.

Quello di Virzì, in fondo, è un rinnovamento nella tradizione. Lo so: sembra lo slogan di un congresso democristiano degli anni Settanta, invece mi sembra il tratto distintivo di un autore sempre classico e, forse per questo, sempre così moderno.

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