Il giorno della gatta pazza

Cento di questi mattoni Krazy Kat!

Oggi, festeggia il centenario una delle opere maggiormente poetiche nella storia del fumetto  (qui il ricordo dello studioso Matteo Stefanelli e qui una bella galleria del quotidiano iberico El mundo).

La cosa sorprendente è che, a distanza di un secolo, le storie di George Herriman conquistano ancora oggi  per la loro semplice,  profonda, essenzialità.

Ogni episodio propone una variazione minima a un canovaccio narrativo sempre uguale (il triangolo amoroso tra il topo Ignatz, la gatta Krazy e il mastino  Pupp) , dove  le speranze di felicità dei personaggi  costamente frustate dai loro stessi comportamenti.

Nel raccontarlo, Herriman sceglie di lavorare per sottrazione piuttosto che per addizione, costringendo il linguaggio dei fumetti a una drastica dieta figurativa.

In Krazy Kat tutto è ridotto all’osso:  sfondi quasi assenti, grafica minimale, un ristettissimo cast di serie  (i tre di cui sopra) e un austero – quasi frugale – compendio di situazioni narrative .

Alla fine, tolto il superfluo, ciò che rimane nella sfigata contea di Coconino, dove sono ambientate le vicende, è un senso quasi assoluto di fragilità. Il lettore a volte parteggia per il topo, egoista ed egocentrico, a volte per la gatta, ottusa e follemente innamorata, e a volte per il mastino, introverso ed ossessionato dal senso del dovere.

Ma, da qualunque parte stia, il pubblico finisce comunque per riconoscersi nella surreale metafora della condizione umana, allestita dal cartoonist americano con un segno divenuto, negli anni, sempre più sintetico.

In quel tratto energico, essenziale, compresso c’è tutta la sfida espressiva di Herriman che, sembra, quasi volersi reinventare ogni volta il suo stile.  Gli episodi di Krazy Kat si possono leggere come variazioni jazzistiche di uno stesso spartito, di una stessa eterna storia di sentimenti, pesanti come i mattoni che Ignatz lancia contro Krazy.

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