La buona novella, forse

Siate lieti, fratelli fumettofili. E’ arrivato il giorno della salvezza per noi anime perse tra le vignette.

Tutti i nostri peccati di ferventi di Tecs Uiller, Michei Maus, Dilan (o Dailan) Dog e Spaiderman sono stati, finalmente, mondati. Usciamo dalle edicole-catacomba: non siamo più i paria del consumo culturale italiano.

Ci ha annunciato la buona novella (grafica) Benedetta Tobagi, lo scorso sabato sulle pagine del quotidiano La Repubblica.

Sì, fratelli, perché il verbo che ci ha condotto alla beatitudine culturale è “graphic novel”, romanzo per immagini.

L’autrice ripercorre nell’articolo le tappe di questa rivoluzione copernicana per i comics, dagli esperimenti grafici di Dino Buzzati, al capostipite  Contratto con Dio di Will Eisner (1978) , passando per l’underground americano, per il caposaldo Maus di Art Spiegelman,  fino agli esiti più recenti di autori italiani  quali Igort e Gipi.

La Tobagi cita Goffredo Fofi, secondo cui il/la (ancora non si è capito) graphic novel è

il campo espressivo e artistico più vitale oggi nel mondo.

C’è n’è in effetti di che bearsi se anche un grande critico quale Fofi riconosce la qualità del fumetto. Siamo dunque pronti ad ascendere all’empireo della cultura che conta? Beh, non proprio, fratelli, perché qualcosa a mio modesto avviso non torna nella, pur seria e documentata (ha consultato pure il vate Luca Boschi ), disamina della Tobagi.

Me ne rendo conto, quando l’autrice spiega cosa intende per “graphic novel” e dove risiede la sua novità:

Pensato per un pubblico adulto ed esigente, si distingue dal fumetto perché non è seriale, non ha limiti di lunghezza né vincoli di forma, esibisce una complessità narrativa e una profondità psicologica sconosciute ai comics e trova posto in libreria anziché in edicola

Eccole le stimmate della santità raggiunta: “complessità narrativa e psicologica” del graphic novel (vs) semplicità dei comics, libreria (vs) edicola, pubblico adulto (vs) pubblico infantile.
Insomma, le moderne graphic novel di Gipi e Satrapi si contrapporebbero a Topolino e Superman,“fumetto commerciale” (sic nell’articolo), buono per solo intrattenere bebè e poveri di spirito.

Francamente, l’assunto della Tobagi risulta difficile da accettare per chi ama e conosce i comics. Non convince nemmeno distinguere i generi tra nobili (l’introspezione, il realismo, la cronaca) e plebei (fantascienza, avventura, umorismo).

Non si comprende quale sia il contesto della valutazione, la misura dell’analisi, il senso del parallelo. Sarebbe come dire, in letteratura, che Robert Musil   “è meglio” di Robert Louis Stevenson. O come scrive lo sceneggiatore  Tito Faraci a proposito di cinema:

È meglio un film western o uno drammatico? Eh? Ma… che razza di domanda sarebbe?! Dipende da quale film western e da quale film drammatico! Non si può generalizzare così, rozzamente! E poi la definizione “drammatico” significa tutto e niente….

E, per venire, ai fumetti come la mettiamo – lo rileva Alessandro sul suo blog – con prodotti seriali da edicola quali Ken Parker, che hanno rivoluzionato il fumetto moderno  anche senza essere graphic novel?

Insomma, va bene considerare “il romanzo grafico” per quello che è: una bella occasione per il fumetto per misurarsi con storie di respiro differente, meno legate a certi vincoli editoriali. Magari potrà diventare  anche l’opportunità per conquistare pubblico e aprirsi a nuovi spazi di consumo.

E’ sbagliato, invece, a utilizzare l’espressione “graphic novel” come se fosse un imprimatur di qualità sulle opere. Altrimenti la buona novella grafica diventa il cattivo retaggio di un pregiudizio,  che ha assillato il fumetto italiano per troppo tempo, distinguendo i grandi Artisti del fumetto d’autore dai poveri artigiani del fumetto popolare.

Anche perché, a ben vedere, questa ansia nomenclatoria appartiene più ai critici che non agli autori. Lo dice chiaro Gipi, nel pezzo che fa da corollario a quello della Tobagi su Repubblica:

Ho cominciato così. Poi a quelle storie, qualcuno, per fare posto in una libreria, ha voluto dare un nome. Non ho potuto farci niente.

E lo diceva altrettanto bene, un altro autore qualche anno fa:

Chi se ne frega che cosa è arte e cosa non è, l’importante è, leggendo una storia, se ne rimani emozionato, condizionato o meno.

Si chiamava Andrea Pazienza . Qualcuno oggi, per dargli la patente d’artista, ha bisogno di stabilire che, più che un fumettaro, era un pittore, o magari un romanziere grafico chissà.
Siamo sempre lì, cari fratelli.

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15 pensieri riguardo “La buona novella, forse”

  1. marco ciao,
    condivido non solo il contenuto ma anche lo spirito di questo tuo post: il sarcasmo è più che opportuno.

    L’enfasi giornalistica – come sanno anche gli studentelli di giornalismo – è più forte quando manca la dimensione fattuale: ma di quali comics parliamo? quali sono le cifre del fenomeno? come si dimostrerebbe che il graphic novel è più vitale delle serie tv o dei videogames o di Internet? Così facendo si inventano vaticini, fattoidi, rivelazioni e teoremi. Ingrediente ottimi per raccontare storie, ma non per fare informazione culturale.

    Oppure – e qui tocca bacchettare anche il buon Gipi – si finisce per dare peso agli snobismi ingenui per cui “tutto è arte” o “sono solo storie”. Mettiamola così: in questa settimana Repubblica è stata – sul fumetto – proprio confusionaria e provinciale 😉

    Buon agosto.

    1. Grazie Matteo, mi fa piacere che ti sia riconosciuto, come io mi sono riconosciuto nel tuo post su “paz artista”.
      In generale non amo il sarcasmo ma davvero i pregiudizi che ancora minano la conoscenza del fumetto in Italia, mi avviliscono alle volte, in particolare se vengono da persone sensibili e preparate come Benedetta Tobagi.
      Peraltro, ci tengo a ribadire che l’articolo è comunque più preciso di tanti altri che mi è capitato di leggere.

      Ma tanto per capire che danni possano generare parole come “graphic novel” quando diventano mode culturali, invito tutti anche a guardarsi questo pezzo dell’inviata de Il giornale negli Stati Uniti, dedicato al prossimo film su Captain America..
      Qualcuno dovrebbe spiegare alla signora la differenza tra comic book e graphic novel!

      http://www.ilgiornale.it/spettacoli/povero_capitan_america_non_e_piu_patriota/02-08-2010/articolo-id=464939-page=0-comments=1

  2. è buffo che per parlare di graphic novel la giornaista cita minisere, come sin city e V for vendetta.
    è anche buffo che dica che Gipi e Igort sono diventati famosi anche all’estero. Ma Gipi, e molto di più Igort, sono famosi solo all’estero. O comunque sono stati realmente apprezzati in patria solo dopo i riconoscimenti in tutto il mondo, come per qualsiasi altro cervello in fuga.

    Eisner era uno tagliato, voleva aprire canali di vendita, per farlo ha chiamato romanzo una raccolta di racconti, e tutti gli hanno creduto. Che grande pirata. Praticamente si fanno dibattiti su uno scherzo di Eisner.

    comunque, io non me ne preoccuperei, i giornalisti generalisti scrivono castronerie su qualsiasi argomento, non è che trattino superficialmente i fumetti perchè non li considerano importanti, è che proprio non sanno un cazzo di niente.

    1. Si Giorgio (benvenuto da queste parti), in effetti le miniserie fanno cadere in contraddizione abbastanza chiaramente il ragionamento sulle graphic novel contrapposte al comic book.

      Anche io non stravedo per la categoria dei pennivendoli: il pressapochismo regna sovrano (ma non è il caso dell’articolo in questione).
      Credo che però sia anche un problema un poco nostro: autori, studiosi e aficionados, come faceva notare anche Matteo nel suo commento. Spesso ci appassioniamo a discussioni sul valore artistico del fumetto, sulla legittimazione culturale che dobbiamo rivendicare (la famosa “letteratura disegnata” di Hugo Pratt), quando al fondo la sola cosa che conta è l’emozione che un fumetto può darti, indipendentemente dal fatto che sia stampato su carta riciclata o su carta patinata, che tu lo compri dal fruttivendolo o in libreria.
      Ma questo uno scrittore come te, lo sa sicuramente meglio del sottoscritto 🙂

  3. Ciao Marco, grazie per aver citato un post del mio blog. Concordo con quanto dici: è l’emozione che ci suscita un fumetto, un libro, un film a stabilrne il valore, del tutto personale certo, visto che l’emozione è personalissima. Tutto il resto sono chiacchiere o etichette: graphic novel ne è una, abbastanza inutile, e forse perfino dannosa….

  4. sì, la cosa divertente è sempre quella che spesso le graphic novel sono in realtà miniserie raccolte in volume… quello sì che fa ridere ancora di più

    la cosa che non fa ridere per niente è che tu legga “il giornale”!!!
    😀

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