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Noi lo conoscevamo bene

A un certo punto, Arthur Conan Doyle arrivò  ad odiarlo tanto da fargli la pelle, e si accordò con il professor Moriarty, per scaraventarlo giù dalle cascate  di Reichenbach.

Già il nome misconosciuto della località termale  (una sorta di Montecatini svizzera), fa pensare a un eroe pensionato, messo in disuso. Sherlock Holmes non doveva solo morire, doveva scomparire dalla faccia della Terra.

Il resto della storia la conosciamo. Sir Arthur lo fece precipitare tra i flutti ma in seguito – spinto da pubblico ed editori –  dovette ritornare sui suoi passi e realizzare nuove avventure. Cento e passa anni dopo,  Sherlock è ancora qui con noi, redivivo più che mai, dopo che il film di Guy Ritchie (ce ne siamo già occupati) ha ridato lustro mediatico alla sua leggenda.

Peraltro, la vitalità del franchising narrativo  non è mai stata in discussione vista la quantità di riscritture letterarie, pastiche fumettistici, avventure videoludiche, etc. che ogni anno celebrano il detective di Baker Street. Recentemente, ha attirato la mia attenzione di sherlockiano canonico praticante, appunto l’ennesima reinterpretazione fumettistica del mito holmesiano, HOLMES (1854 – 1891?).

Holmes e il caso degli anni perduti

Si tratta di una bande dessinee di 9 volumi, giunta per ora al secondo tomo (la versione italiana 0001 Edizioni li pubblica insieme). Lo spunto di partenza scelto dagli autori,  Luc Brunschwig (testi) e Henry Cecil (disegni),  è davvero curioso.

Tutto nasce da quei tre anni in cui Sherlock, per dirla con Che Guevara, non è stato da nessuna parte. Il periodo appunto, in cui dato per morto dopo la lotta con Moriarty a “Montecatini” Reichenbach, Holmes vaga in incognito per il mondo. Di quel lasso di tempo Conan Doyle offre, nei racconti successivi al ritorno in campo del suo eroe, pochi particolari. Sappiamo che è stato a Firenze, in Tibet e null’altro.

Inutile dire che il “grande Iato” come viene definito dai canonici holmesiani, è diventato anche il pre-testo su cui si fondano molte riprese a posteriori del personaggio di Conan Doyle. Anzi, per giustificare la mole sterminata di apocrifi sherlockiani ambientati ormai in quel periodo, gli anni clandestini dovrebbero essere trenta e non tre.

Uno iato incolmabile: dal canone all’apocrifo

E’ evidente che il successo narrativo dello Iato sta nell’offrire agli autori, la possibilità di poter agire in autonomia senza riferimenti troppo stringenti ai racconti ufficiali. Una sorta di “zona negativa” dove ad Holmes si possono far compiere le imprese più improbabili (Sherlock contro Dracula, contro lo Yeti, etc.)  perché tanto Conan Doyle non ne ha mai parlato.

L’eresia e la ciofeca sono dietro l’angolo ma non si può negare che quel tempo mancante – fateci caso, ne esiste uno simile nella biografia di qualsiasi grande eroe seriale, da Tex Willer a James Bond – rappresenti anche un dispositivo di grande fascino. Una camera di decomprensione della saga che permette, a volte, di trovare modi inediti di raccontare personaggi dalle mitografie consolidate.

E’ quello che accade nella versione di Brunschwig  e Cecil. Gl autori hanno scelto di raccontare “cosa sarebbe il mondo senza Holmes”. Come se lo immaginano il buon Dottor Watson e gli altri personaggi di Conan Doyle, dal momento in cui sono convinti che Sherlock sia effettivamente morto.

Ne viene fuori un ritratto inedito dell’eroe, costruito per affestallamento di memorie altrui (amici, famigliari, conoscenti).

 

Un Holmes (ri)scritto

Presi uno per uno per uno i frammenti non presentano storie del tutto inedite, ma Brunschwig riesce a mescolarli insieme in una sceneggiatura ricca di fascino.

La sensazione è che lo scrittore voglia riciclare le diverse versioni apocrife di Holmes, accumulatesi negli anni, per seminare dubbi nel lettore e nel buon dottor Watson, mandato a spasso per l’Europa in cerca dell’amico scomparso.

Ha ragione  Susanna Raule, sceneggiatrice di fumetti e holmesiana praticante,quando sostiene che bisognerà aspettare il seguito dell’avventura per capire se  questo HOLMES (1854 – 1891?) risucirà  a mantenere le promesse di originalità seiminate in questi primi due albi.
D’altronde non ci sono davvero limiti per un personaggio come Sherlock Holmes , capace di accogliere all’interno della sua smisurata mitografia, ormai qualsiasi eccesso. Perfino le parodie più dissacranti.

Tanto per chiudere il quadro, vi lascio con l’effige dell’ultima eresia, che promette di essere fra le più esilaranti di sempre, perchè come recita  il lancio dell’albo – parafrasando una frase di Sherlock – eliminato l’impossibile, restano i Muppet  (il cartoonist è David Petersen). Che dire di più?

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