Uno squalo non smette mai

Tu sai se esistono squali che smettono mai di nuotare? Non potrei mai smettere di lavorare.   Ho un sacco di idee. Non posso certo sedermi sulla spiaggia a fare surf e godermi il mare. Sono sempre impegnato a creare. Sono una fabbrica di idee.

Jim Steranko intervistato da Jonathan Ross per The Guardian

A guardarlo nelle foto, questo attempato signore di 7o e passa anni, profilo alla Kirk Douglas, criniera bianca e abito stile Hug Hefner, sembra spuntare fuori dalle  sue stesse favolose, storie psichedeliche, firmate come cartoonist per la Marvel nei Seventies.

A sentirlo parlare,  Jim Steranko – intervistato alla recente convention del fumetto di San Diego – si conferma uno di quei  vecchietti terribili che riescono a trasmettere a chiunque una contagiosa energia.

Steranko dimostra la stessa strepitosa grinta del Nick Fury, agente segreto dello Shield, personaggio minore dell’universo superoistico di Spiderman & soci, ma che  – grazie al suo talento – resta una delle serie più significative degli anni Settanta dal punto di vista grafico.

Nelle storie di Steranko, i corpi si ammassano gli uni sugli altri, quasi scavalcando le vignette, esplodendo in pose innaturali che avrebbe fatto inorridire Burne Hogart e che rimandano per la loro potenza visiva a Jack Kirby.

Ma è  soprattutto nella costruzione della tavola, che Steranko costruisce il suo marchio di riconoscibilità.  Ogni pagina (o doppia pagina) è una architettura dove le vignette “lottano fra loro”, si contendono lo  spazio e, paradossalmente nel farlo, diventano un tutt’uno.

La sequenza grafica costruisce una inestricabile  spirale visiva in cui lo sguardo del lettore una volta avvinto, non ha vie di fuga.

Ciò che rimane negli occhi, anche rileggendo a distanza di anni quei comics, è l’incredibile energia che riescono a trasmettere. E, anche se dal punto di vista dell’analisi non mi piace sovrapporre il linguaggio alla vita degli autori, nel  caso di Steranko sembra  davvero eeserci una continuità molto forte tra la poetica e la storia personale.

Perché questo signore, ha una vita avventurosa, degna di essere raccontata in uno di quei bio-pic che si producono a Hollywood (qui un bel ritratto de Lo Spazio Bianco). E la potenza grafica della sua opera sembra un riflesso della forza esistenziale che ne ha alimentato il cammino.

Di fronte a indomiti “squali” come lui,  o vecchi “leoni” come la leggenda folk Pete Seeger di cui parlava qualche giorno fa Luca Sofri, si rimane ammirati. A metterci la firma, come si dice dalle mie parti.

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