L’attesa non mi dylania

Il problema non è New Orleans al posto di Londra (anzi, sulla carta questa sembra una felice infedeltà). Sarebbero sopportabili anche le assenze di Groucho e di Bloch (che sia finalmente riuscito ad andare in pensione?).

Parlo dell’operazione nel suo complesso:  trasporre Dylan Dog in un film mi sembra un’impresa complicata, così come sarebbe per Corto Maltese.

Non una cosa impossibile, perchè  abbiamo già assistito a sorprese enormi, a partire da una ventina d’anni questa parte (direi dal Batman di Tim Burton in poi). Ma, paradossalmente, forse è più facile per il cinema rendere credibile il volo della Torcia umana Spiderman che volteggia tra i grattacieli, che non Dylan alle prese con il suo galeone.

Ci sono storie per cui i buoni effetti speciali non bastano. E ci sono “affetti” speciali che solo lì, nello spazio tra le vignette, trovano la loro dimensione. Lì, sulla pagina, tra una inquadratura e l’altra, in quello che non vediamo, piuttosto che in quello che ci viene mostrato, tutto è possibile:  la musica del clarinetto, il galeone infinito, il campanello che urla, gli umani più mostri dei mostri.

Lì tutto assume un senso. Altrove non so, dubito.

Nel frattempo, qualcosa che dal fumetto non sapevamo, qualcosa che Xabaras aveva taciuto, grazie al film l’abbiamo scoperta. Dylan ha un fratello gemello a Smalville.

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1 commento su “L’attesa non mi dylania”

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