Lifting Wars: revisionismi stellari

Più tirannico del suo imperatore Palpatine, George Lucas annuncia l’ennesimo restauro digitale di Star Wars.

Il povero Darth Vader ormai ha più lifting (visivi) di Cher, ma il buon George ha promesso che questa sarà l’edizione definitiva. Peccato che, come faceva notare qualche giorno fa sulle colonne di El Pais Gregorio Belinchòn, ormai non ci creda più nessuno.

Lucas ribatte alle critiche di avidità, sostenendo che gli ammodernamenti rispondono sempre a precise scelte stilistiche che lui aveva già in testa, tanto tempo fa in quella galassia lontana del 1977,  e che solo ora, con il digitale, può realizzare.

Peraltro, certe riscritture (visive o narrative che siano) fanno parte della natura stessa dei racconti seriali.  Star Wars in questo, anche se può suonare strano,  è parente stretto di Sentieri o Superman.

Quante volte le origini dell’uomo d’acciaio, ad esempio, sono state rinarrate nel fumetto, nell’animazione, nel cinema, cambiando o aggiungendo qualcosa? Alcune volte si tratta di dettagli, a volte di vere e proprie variazioni al mito come il “volo”.

Nei primi fumetti di Siegel e Shuster, Superman non volava, si limitava a balzi colossali. Ci pensarono, negli anni Quaranta, le serie animate dei fratelli Fleischer  a concretizzare la spettacolarità del suo elevarsi superumano, al di sopra di nomi, cose e città.

Dunque, in qualche misura, Lucas ha ragione ad avocarsi la possibilità, grazie alle nuove tecnologie, di aggiornare la sua creatura filmica prediletta, di riscriverla in linea con lo spirito del tempo. Però ci sono molte contraddizioni  in queste manipolazione.

Alcune di ordine estetico le denuncia lo stesso Belinchòn. In particolare, una figurativa, davvero  inquietante a mio avviso, riguarda il restauro de Il ritorno dello Jedi.

Alla fine del film, in una scena celebrativa, Luke Skywalker incontra i fantasmi  Jedi che l’ho hanno preceduto. In origine si vedevano Yoda, l’Obi One Kenobi originale di Alec Guinnes e il Darth Vader, interpretato nella prima trilogia da Sebastian Shaw. A partire dal restauro del 2004, Lucas ha voluto inserire nel quadro anche Jedi comparsi solo nella seconda trilogia e, qui, tutto sommato siamo ancora alla puntigliosità filologica. Ma la cosa disturbante è che ha rimpiazzato il Darth Vader anziano di Shaw con quello giovane, interpretato nella seconda serie da Hayden Chrystensen.

Quisquiglie da puristi dirà qualcuno. Forse,  però è un fatto che il povero Sebastian Shaw,  morto nel frattempo , nella scena non ci sia più e, a me, la cosa ricorda l’ossessione delle star hollywoodiane che si stirano il viso con infiniti lifting fino agli ‘anta.

Se davvero le narrazioni seriali sono, per loro natura, un modo di “sconfiggere la morte“, Lucas considera la tecnologia un espediente per far vivere in eterno le sue pellicole. E il volto scomparso di Sebastian Shaw sembra un ritratto di Dorian Gray, relegato in qualche oscuro scaffale di videoteca.

 

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