Di simboli e di storie

Guardate questa foto. E’ una storia di identità che cambiano nell’America del post 11 settembre.

Una donna e una bambina vestono il velo islamico ma indossano anche, con orgoglio, la bandiera star & stripes. O meglio, l’orgoglio è soprattutto della mamma, la figlia sembra limitarsi a seguirne l’esempio.

Lo scatto del fotoreporter freelance Alan Chin disegna, a livello plastico, un incrocio di linee verticali e orizzontali (il palazzo, le bandiere, le strade, le auto) di grande dinamicità. come dinamico è anche il taglio diagonale dell’inquadratura.

Tutta la foto è volutamente squilibrata verso l’altrove fuoricampo, inseguito dallo sguardo fiducioso della madre e da quello incuriosito della figlia. Dove puntano quegli sguardi?

A livello figurativo possiamo ricostruirlo. La foto fa parte di una raccolta di scatti di Chin, dedicati al racconto delle manifestazioni di New York,  dove da mesi si discute della costruzione di una nuova Moschea nella zona di Ground Zero, ferita aperta nella toponomastica della Grande mela  e nell’immaginario ottimista americano.

Si discute nei dibattiti e si discute nelle strade, indossando materialmente le identità in conflitto. I torti e le  ragioni si fanno corpo, volto, sguardo e, come rileva il commentatore Michael Shaw (su The Huffington Post), tutto diventa simbolo. La vicenda si è trasferita ormai da tempo dal dibattito razionale della Storia al palcoscenico delle storie collettive dei media, senza trovare soluzione, senza che i torti diano spazio alla ragione.

L’unica via di fuga comunicativa sembra proporla Chin in questa foto, in quello sguardo di donna fiduciosa che punta altrove. Che guarda cose che non vediamo, che non riusciamo ancora a vedere che ma possiamo sperare che accadano. Per noi stessi , ma soprattutto per il bene di quella bambina.

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4 pensieri riguardo “Di simboli e di storie”

  1. Foto splendida… aprire una moschea a ground zero sarebbe un bel gesto. Significativo. Noi invece apriamo le scuole padane e mettiamo i cartelli “vietato l’ingresso a chi non parla italiano” davanti alle parrocchie… vabbeh!

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