Vedere la storia

“..vedere la storia” e proporre un contenuto significativo, si può ottenere in molti modi diversi.

Richiede istruzione, esperienza, voglia, conoscenza, acume e quel fattore unico, chiamato talento. E tutte queste cose operano insieme in un istante per offrire un ritratto che ci dice qualcosa di più di noi stessi, di quanto sapessimo prima.

Hal Buell

Nelle parole di Hal Buell, per molti anni editor dell’Associated Press, tutto il fascino del linguaggio fotografico.

Quella capacità innata dell’immagine di scaraventarci lì in mezzo alla storia, nel cuore del racconto. Vale per il quadro in pittura, vale per la vignetta del fumetto e vale, soprattutto, per la fotografia di reportage.

Fin, dai primordi, il reportage ha abituato l’occhio dello spettatore all’impatto travolgente del frammento.

Un singolo gesto o un accadimento, capace di evocare non solo il momento, ma anche il prima e il dopo, di suggerire una storia che prosegue oltre il bordo dell’inquadratura. Come accade in questo sguardo di soldato perso nell’orrore del Vietnam e reso dal talentuoso obiettivo di Don McCullin. Lui sta vedendo la storia e noi la stiamo vedendo con lui.

Della foto, di questa straordinaria forma di racconto sociale, si occupano in questi giorni a Roma i semiologi italiani, in una tre giorni di convegno che promette di essere davvero molto interessante.

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