Dal pozzo alla miniera

Magari, vedremo presto Benicio Del Toro o Antonio Banderas recitare questa storia in uno di quei bio-pic Hollywoodiani, tutto lacrimoni e sentimento.

Il passaggio dei minatori cileni, da eroi raccontati dai media a eroi ad uso e consumo dei media, è già iniziato. E’ la forza delle grandi narrazioni e questa storia lo è, inutile girarci intorno. 

Trent’anni fa, anche l’Italia si fermò per una storia simile: una voragine in fondo alla terra che inghiottiva attese, speranze, paure. Non era una miniera, ma un pozzo. Non erano minatori, ma un bimbo piccolo di nome Alfredino. Eppure l’afflato popolare fu lo stesso.

E per la prima volta, la potenza affabulatrice della  televisione trasformò il sentimento pubblico in una grande  kermesse catodica. Paolo Fallai ricordando l’evento sul Corriere della Sera, a venticinque anni dalla tragedia, rifletteva:

le diciotto ore di diretta per Alfredino rappresentano la svolta, la definitiva conquista della scena.  Il rovesciarsi dell’ atto. Che non viene più «raccontato» ma condizionato, piegato, imbrigliato dentro le luci e i ritmi televisivi. Come sarebbe raccontato oggi Vermicino, una generazione dopo quella di Alfredino? Cosa potrebbe emozionare il pubblico che ha visto in diretta televisiva i bombardamenti di Bagdad e Belgrado?

Beh, la storia dei minatori sembra indicare (oltre al lieto fine) anche una diversa capacità dei media di interpretare gli eventi. Per ora c’è stato equilibrio e senso di responsabilità. Per ora le cose stanno come le racconta Francesco Costa:

Qualcuno esagererà, forse. D’altra parte, difficilmente in Italia saremmo riusciti a non mettere in piedi una cosa tipo l’uscita dalla casa del Grande Fratello, con i cartelli e le urla e gli amici invasati. Ma intanto le immagini dalla miniera ci mostrano un’altra storia, una sobrietà e una dignità composte, sorprendenti e invidiabili. Non ci sono sceneggiate epocali tra i parenti. Il presidente ha assistito ai primi cinque salvataggi e poi è andato via. Nessuno si è messo in posa per nessuna foto. I giornalisti osservano e fotografano, ma da lontano.

Dunque godiamoci la parte emozionante, bella, pulita. I pensieri cattivi tienamoceli per il passato. Per ricordarci quanto è facile inseguire i sentimenti per poi smarrirli, quando si tratta di storie mediatiche.  

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