La poubelle, à munnezza, il bunga bunga

Guardate la foto qui sopra. Napoli, Terzigno?

No siamo nella “mia” (ancora per qualche giorno)   Tolosa. Civilissima cittadina del Sud Ovest della Francia dove, a causa della lotta tra governo e sindacati sulla riforma delle pensioni, e relativi scioperi, il centro della città è diventato una pattumiera a cielo aperto.

Eppure, nonostante i problemi, nessuno grida allo scandalo. L’esasperazione c’è, chiaro, ma c’è anche la certezza che passata la tempesta, le cose torneranno alla normalità. Che ognuno ricomincerà a lavorare, netturbini compresi. E in questa fiducia nella normalità che le montagne di rifiuti francesi si distinguono da quelle italiane.

Non è un caso che in francese la spazzatura si chiami “poubelle” dal nome di monsieur Eugene Poubelle, prefetto della Senna che, alla fine dell’Ottocento, si inventò un sistema di recipienti pubblici, destinati a raccogliere gli scarti della vita quotidiana parigina.

Già dal nome, c’è un riconoscimento “statuale” dell’attività: la comunità sa che la raccolta è importante per tutti come raccontava in un bellissimo saggio di qualche anno fa (La poubelle agréée) Italo Calvino, descrivendo il  “rito” civile della raccolta dei rifiuti a Parigi.

Delle faccende domestiche, l’unica che io disimpegni con qualche competenza e soddisfazione è quella di mettere fuori l’immondizia.

Per noi, invece,  c’è la spazzatura, o meglio ancora l’immondizia, in tutte le sue variabili regionali: a’ monnezza a Roma, à munnezza a Napoli e dintorni. La radice delle parole è sempre la stessa: “mondare”, quasi che l’attività di ripulitura di una città abbia a che fare più con le coscienze  che con le strade sporche.

Guardate: nessuna esterofilia ipocrita, la Francia non è il Bengodi, i problemi non mancano. Ma proprio perché è un paese normale come tanti altri, questo ci dovrebbe far riflettere.

Il nostro vero limite oggi in Italia  è non riuscire a guardare, ormai, oltre quelle cataste di munnezza. Si è radicata in noi, come comunità, l’idea di non poter essere migliori di così.

Ma se c’è una cosa che ho capito meglio, in questo tempo trascorso all’estero, è che – invece – possiamo esserlo eccome. Che la civiltà non rappresenta una chimera, basterebbe un impegno banalmente quotidiano, diffuso, senza enfasi, senza proclami.

Noi non siamo il popolo del Bunga Bunga, anche se qualcuno vuole farcelo credere, e non dobbiamo rassegnarci all’idea di vivere in un fumetto porno anni Settanta. Non ce lo meritiamo, malgrado la spazzatura.

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5 pensieri su “La poubelle, à munnezza, il bunga bunga”

  1. sarebbe poi troppo, marco, riuscire a quadrare il cerchio, con la poubelle correttamente smaltita, con politici forniti di un minimo senso del ridicolo – non parlo di etica o morale che sarebbe poi troppo! –
    come giustamente dici, qualcuno vuol farci credere che gli asini volano, che bunga bunga non è un fumetto porno, ma una barzelletta da raccontare e praticare con le minorenni. però se qualcuno ci prova, è evidente che riesce a trovare terreno fertile per coltivare idiozie. una mia amica qualche giorno fa ha postato una preghiera: qualcuno è in grado di darmi una bella notizia, una qualsiasi? cosa ci conviene risponderle?

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