Tu non puoi vedermi

Il fascino di certe storie visive non è in cosa mettono in scena, ma in ciò che rimane fuori.

Prendete la fotografia di reportage: quello che resta ai margini dell’inquadratura, quello che non vediamo è spesso altrettanto importante di ciò che viene mostrato. Ne completa il senso: mette in relazione un “qui e ora” con un pezzo di realtà molto più grande.

Anche in un ritratto si può giocare con questi meccanismi. Il fotografo Jeff Sheng lo ha fatto con la serie Don’t Ask, Don’t Tell , dedicata ai suoi connazionali omosessuali arruolati nell’esercito americano.

Soldati senza volto, perché per molto tempo a queste persone è stato negato il diritto di poter dichiarare pubblicamente le loro preferenze, se volevano continuare a vestire un’uniforme.

Sheng ci racconta tutto questo nel gioco delle luci e negli spazi ingoiati dall’ombra. Nei corpi plasticamente congelati in stati “a riposo” che però mantengono una innaturale rigidità, da statue di carne.

E, soprattutto, nella scelta espressiva di non mostrare i loro visi: negare la propria identità sessuale significa rinunciare a una parte della  personalità.

I protagonisti sono soli nell’inquadratura, nemmeno finestre e specchi (che ricorrono spesso in questa serie di foto) possono salvarli dalla loro condanna all’invisibilità sociale.

Il nodo controverso del Don’t ask, don’t tell è stato sciolto solo nello scorso Dicembre dal presidente Obama con una decisione storica, il senso di una umanità ritrovata.

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