Di chi è questa storia?

Guardate questa immagine. Come tutte le scene “di massa” sembra raccontare una di quelle storie collettive in cui è facile perdersi.

Anche senza sapere perché questi uomini si aggrovigliano in un orizzonte indistinto chiamato “folla”, sappiamo che qualcosa d’importante li spinge a farlo.

Disperazione? Rabbia? Convinzione? Se vi soffermate sugli occhi e le bocche, scoprirete che ognuno cerca nell’altro il coraggio di rimanere lì.

Fanno eccezione tre dei quattro  issati sulle aste delle bandiere, che sembrano avercela chiara una direzione da seguire: quella dei loro occhi, puntati fuoricampo.

Che anche loro appartengano alla folla non v’è dubbio e il fatto che i quattro si trovino ad altezze diverse, suggerisce quasi la percezione di unico movimento “l’arrampicarsi”. Cosa siano saliti a guardare non possiamo saperlo, ma la traiettoria comune ci lascia immaginare un orizzonte più vasto di quello confinato dalle quinte dell’inquadratura.

Forse ammirano la vastità di quell’oceano di volti attorno.Forse aspettano che qualcosa accada o forse sono saliti per rendersi conto di quanto sta accadendo. Sembrano quasi vedette sui pennoni di una nave di folli, persi in un naufragio senza senso e senza storia.

E’ il 20 gennaio 2011, in Libia.

La foto ce la restituisce il mare della rete: un messaggio digitale in bottiglia di un naufrago  di nome a7fadhomar. Tra  lui e noi ci sono circa 1.700 km e qualche centinaio di morti, stando agli ultimi spietati conteggi delle agenzie di stampa.

(via Manteblog)

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