Il barrito dell’elefante

Lì dove c’erano i pacchi, ora c’è lui con la sua mole imponente. Con una scenografia che sembra costruita appositamente per accogliere il suo corpo falstaffiano.

Giuliano Ferrara è un animale televisivo, un elefante come gli piace rappresentarsi e firmarsi, che sa come muoversi all’interno della cristalleria catodica. Nonostante le doti, mi fa un certo effetto vederlo tutte le sere pontificare dall’ammiraglia Rai.

Da quell’anfratto di palinsesto, tra il tg e il programma di prima serata, che Enzo Biagi con Il Fatto aveva tirato su dal niente, prima che B lo esiliasse dalla tivvù italiana.

Una scomunica ingiustificata e ingiustificabile a livello televisivo, perché qualunque idea si abbia di Enzo Biagi, Il Fatto per otto stagioni è stato un gioiello di cronaca narrativa come ha raccontato bene Loris Mazzetti, fedele collaboratore e amico di Biagi.

Il Fatto era una summa della prosa giornalistica di Biagi che, dalla carta stampata al rotocalco televisivo sino alle sue collane a fumetti, prevedeva lo stesso stile  piano, misurato, divulgativo. La notizia era una fiaba raccontata con parole semplici, in cui i motti arguti e le citazioni dotte del giornalista funzionavano da chiosa “morale” della storia. Biagi salmodiava con il ritmo di un curato di campagna, ma anche con la classe del cronista autentico che antepone sempre l’evento alla chiacchiera.

Dal Fatto a Radio Londra c’è una distanza profonda. Biagi cercava di interpretare la realtà, descrivendo, mentre Ferrara la scavalca, riscrivendo. Una distanza plasticamente visibile anche nel rapporto con la telecamera dei due anchor man.

Uno si ritraeva con pudore in un angolo dell’inquadratura, dietro una scrivania molto più grande di lui. L’altro occupa quasi militarmente la scena, con il piglio  dell’inquisitore. Badate non è solo questione di dimensioni fisiche, ma di intenzioni comunicative. L’elefante fissa lo spettatore dritto negli occhi e lo inchioda. Non cerca il dialogo, s’impone con il suo barrito.

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