Ridi pagliaccio

Non è perché si tratta di lui. E’ proprio il genere letterario della barzelletta che non sopporto. Trovo che queste storielle destinate a farti ridere a comando, appartengano a un tempo altro della nostra cultura.

E’ modernariato narrativo, roba del secolo scorso. Prima che la commedy s’imponesse altri ritmi, prima che l’inflazione mediatica frammentasse le risate in microbattute da 5 secondi.

Certo, se rivedo Gino Bramieri alla tv, provo una certa tenerezza, ma  è la stessa che mi procura la copertina di Bad di Michael Jackson, formato 45° giri.

Come B, persino Bramieri d’altronde esibiva il tratto più odioso del barzellatore. Quel suo  prevaricarti con il sorriso, prima ancora che la performance comica abbia inizio. Con la markettara sicumera, che basti sfoggiare sorrisi per esportarli sulla faccia di qualcun altro.

Questa è bella, senti…

E via giù con stereotipi triti e ritriti, squallidi doppi sensi a senso unico, inutili pletore di carabinieri, pierini, francesi, italiani e tedeschi… Ci vorrebbe una moratoria internazionale, che ne so, una risoluzione dell’Onu contro i barzellatori.

Che poi nel caso di B – lo ricordava qualche giorno fa Daniele Barbieri – non ci sia più niente da ridere, nemmeno per ischerzo satirico, è pure vero. Magari, a guardare le agghiacciate reazioni del pubblico nell’ultima sortita barzellettosa,  possiamo sperare che l’organismo civile stia maturando i giusti anticorpi. Forse, come suggerisce qualcuno, dovremmo semplicemente non ascoltarle.

Ma chi lo dice al barzellettiere? E siamo sicuri che gli interessino le reazioni dell’interlocutore? In fondo, B è la dimostrazione di quanto le “storielle” siano un esercizio di arroganza sociale, di volgare egoismo comunicativo. Si ride, se e quando decide lo story-teller. E se non ridiamo noi, basta che rida lui per tutti.

Tanto, sempre allegri bisogna stare perché il nostro piangere fa male al re.

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5 pensieri su “Ridi pagliaccio”

  1. Ma sei severo! La barzelletta di B, squallida e fuori luogo, non è probante della negatività della barzellettà in sé.

    Io sono una barzellettara, di famiglia barzellettara, e credo che il buonumore che portiamo ovunque sia reale.

    Certo vanno raccontate a tempo e a luogo, devono essere pertinenti e non offendere il buon gusto: un’Anna Falchi che in una trasmissione domenicale racconta di Superman che vede Wander Woman nuda sul letto, ci si fionda addosso e invece tra lui e lei ci trova l’Uomo Invisibile, con tanto di volgare mimica di Superman in azione, è veramente di pessimo gusto, ma quel modo di raccontare, sempre ovunque comunque e a chiunque, è una degenerazione dell’arte della barzelletta, e non l’arte in sè.

    1. Ifi, probabilmente hai ragione.
      In Italia il gusto della “storiella” fa parte della nostra tradizione.
      Ci cresciamo dentro e ricordo, con tenerezza, che da bambini ci baloccavamo con le avventure del “fantasma formaggino” e similari.
      Ne ho conosciuti di bravi barzellettari lungo la strada però che ti devo dire? Sarà una idiosincrasia personale. O sarà che ormai B per me è diventato sinonimo anche di questo e fatico a dividere la volgarità dell’uomo da quel tratto espressivo, da quella assurda pretesa a farci ridere per forza.

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