La maledizione dei n°1

Ogni tanto, nel disperato tentativo di mettere ordini sugli scaffali, mi ritrovo tra le mani libri e fumetti che non ricordavo di avere.

In particolare, tra un acquisto (più o meno) razionale e l’altro, spuntano fuori sconclusionati n°1 di collane di cui la storia editoriale di questo paese ha ormai perso le tracce.

Vi dice niente il nome delll’avvocato Balboa? E quello dello scapestrato Angel Dark? E Gil  il cowboy?

Beh se anche non li conosceste (per vostra fortuna), non dannatevi per loro. Sappiate che dormono , dormono tutti sulla collina polverosa della mia libreria.

E quand’anche non li trovaste sullo scaffale, sarà la pace eterna della mia cantina ad averli in gloria. Lì, nel cimitero degli scatoloni dimenticati, in quel luogo maledetto da madri e consorti, alberga il ritratto di Dorian, il collezionista.

Alla base, c’è la (s)mania che il saggio Harry individua sul suo blog:

L’intrattenimento è insidioso. Perché basandosi sul principio della novità, dell’eccitazione per il nuovo, sfrutta l’acquisto compulsivo come meccanismo essenziale della sua persistenza.

Quale migliore intrattenimento conosci se non quello di comprare nuovi, luminosi volumi a fumetti? Sfogliarli, leggiucchiarli qua e là? Sorvolare le tavole, gli stili, le grafiche, i caratteri? Indovinarne il carattere? E poi, appoggiarli, dimenticarli sotto a nuovi acquisti?

A questo si salda l’ossessione sottesa a ogni forma di collezionismo, si tratti di francobolli, fumetti o dischi. Il mito per cui delapidi denari, capovolgi bancarelle, prendi d’assalto e-bay. Il Santo Graal  del lettore seriale: la completezza.

Se la vita del collezionista fosse una sceneggiatura hollywoodiana lo chiameremmo  il fatal flaw del protagonista.

Perché l’aspetto paradossale, che fa precipitare l’intento razionale in psicosi, è che più accumuli qualcosa, più quel qualcosa  sfugge.

E in questa ricerca di un Nirvana collezionistico che non arriva mai, i numeri 1 diventano altrettanti indispensabili miraggi.

Poco importa che, il più delle volte, tu abbia già capito – semplicemente sfogliandolo – che quell’albo sia una ciofeca mostruosa, una chiavica di dimensioni cosmiche, una offesa insanabile all’arte di Windsor McCay e Carl Barks.

Non c’è niente da fare. Il numero uno è la Genesi, la pietra angolare, la terra promessa . L’alba di un nuovo giorno editoriale cui non puoi sottrarti, anche se domani ti sveglierai con qualche euro in meno e qualche delusione fumettistica in più.

Alla fine dei conti, ti ritrovi sempre come Amelia la fattucchiera quando perde l’ennesima battaglia con Paperone. Più incazzato che mai, ma con una voglia matta di riprovarci.

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3 pensieri su “La maledizione dei n°1”

  1. In altri tempi forse sarebbe stato un discorso gioioso, ma adesso il peso di quei volumacci comincia a farsi sentire nell’accumulo di tempo (e denari) spesi male.
    Io sto diventando sempre più attento nei miei acquisti…

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