Di cieli caduti (da Faraci a Spielberg passando per Medda)

Gli alieni sono brutti e cattivi.

Hanno invaso la Terra e vogliono schiavizzare il genere umano.

Gli umani coraggiosi, intanto, organizzano la resistenza

Ecco – lo so – , raccontata così Falling Skies, la nuova miniserie prodotta da Steven Spielberg e ideata da Robert Rodat non sprizza originalità.

Richiama alla memoria centinaia d’altre storie. Dal buon H.G.Wells, e la sua Guerra dei mondi, ai Visitors catodici Anni Ottanta, con le stesse tutine rosse del Michael Jackson zombie di Thriller. 

Potremmo anche ricordare L’eternauta  a fumetti di Oesterheld e Solano Lopez. E tanto per varcare la soglia del terzo millennio, citiamo pure il Brad Barron  della premiata ditta Bonelli/Faraci.

Tra le tante somiglianze esibite tra il serial spilberghiano e la miniserie di Tito Faraci quella forse più curiosa riguarda la l’identità dei protagonisti: entrambi gli eroi al centro della storia sono professori (rispettivamente di storia e scienze), entrambi padri di famiglia in cerca dei loro cari.

E che dire di un’altra sorprendente consonanza visiva  scovata dal cartoonist Emiliano Mammuccari tra il manifesto di Falling Skies e la copertina dell’ottavo episodio di un’altra miniserie bonelliana di cui a lungo ci siamo occupati da queste parti, Caravan?  In effetti, anche a livello narrativo, l’esodo fantasy dei cittadini di Nest Point, raccontato da Michele Medda, ha più di un punto in comune con la miniserie proposta da Spielberg e Rodat.

In definitiva, che valore possiamo attribuire a questi, tanti,eterni ritorni tra un racconto e l’altro? Probabilmente nessuno. Se nel fruire storie ci fermassimo alla somma dei ricordi, finiremmo come quel personaggio di Borges, trafitto da troppe memorie. Ricordare tutto, in fondo, significa non ricordare nulla.

Più interessante semmai è riflettere sul perché, in dati momenti, certi tipi di storia, certe “trame prefabbricate”, tornano ad affollare il nostro immaginario. In questo senso, trovo azzeccata l’annotazione di Roberto Recchioni:

l’immagine degli Stati Uniti d’America invasi da una qualche forza esterna (poco importa quale sia la natura della minaccia: russi, cubani, zombie, Terminator…) è sempre potente.

Già ma perché è così potente? Lo sappiamo tutti: negli anni ’50 gli alieni invasori del grande schermo e delle pulp novels  funzionavano da metafora delle inquietudini da Guerra fredda di un intero paese: il maccartismo, il pericoloso rosso, il diverso che vuole distruggere lo stile di vita dei bravi cittadini americani.

Come mai l’alieno torna oggi a perseguitarci? Si potrebbero azzardare paralleli con il terrorismo jihadista, ma saremmo in ritardo di almeno una decina d’anni. Forse, a ben vedere, l’orrore è meno legato stavolta a un nemico concreto.

Più che il monster  invasore, se un elemento straordinariamente ricorrente va riconosciuto nelle storie di Faraci, Medda e oggi di Spielberg/Rodat è nella struttura identitaria che propongono. Seppure con  con sfumature diverse, all’interno di sottogeneri differenti, questi racconti mettono in scena un perdita di umanità collettiva e una riflessione sulla civile convivenza.

L’invasione aliena, la deportazione coatta, servono da specchio per mostrarci cosa resta a una comunità quando il destino le sottrae i falsi miti del progresso e del benessere senza costi.

Ovvio, una storia non è un trattato sociologico, ma faremmo torto all’intelligenza degli autori e di noi stessi, se non riconoscessimo che questi racconti colgono un certo spirito del nostro tempo.

Poi c’è il sense of wonder: le astronavi, i raggi laser e gli alieni cattivi. Gli incubi e i sogni di tutti quanti noi se il Cielo dovesse caderci sulla testa, come direbbe Obelix.

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3 pensieri su “Di cieli caduti (da Faraci a Spielberg passando per Medda)”

  1. sto seguendo la serie, ma non la trovo accattivante. ben fatta, certamente, ma l’effetto dottor carter è micidiale! ogni cinque minuti mi viene in mente: adesso tornerà al pronto soccorso di e.r… la televisione, brutta bestia! 😀

    1. Avevano bisogno di una classica facccia da eroe “normale” e noah wyle/carter è perfetto.
      Beh aspettiamo e vediamo come si sviluppa, in effetti è un filino retorica. D’altronde anche Salvate il soldato Ryan lo era e gli autori sono li stessi.

      1. sì è vero, ma un conto è un film, dove la materia e l’azione devono concentrarsi in un paio d’ore, un’altra faccenda sono gli sceneggiati – che non chiamo fiction, perchè sono all’antica! 😀
        il povero carter sta tentando in tutti i modi di scrollarsi di dosso il pronto soccorso, sicuramente. vedremo, come si evolverà. però ieri sera mi sono addormentata… 😦

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