L’incantesimo della strega

A un certo punto capita nella vita.

Capita  da spettatori, da lettori di romanzi e anche da lettori di fumetti.

Inizi a leggere storie fabbricate da persone che hanno la tua età e ti raccontano vicende che ti sembra di aver già vissuto, perché hai già vissuto in effetti, perché sono storie della tua generazione.

Prendete Stria di Gigi Simeoni (qui una bella presentazione degli amici de Lo Spazio Bianco): storia di incantesimi, di streghe e di estati anni 70 alla Stand by me.

Cambiano i nomi dei luoghi, delle persone, però i riferimenti ci sono tutti: la tivvù del tempo che fu, l’amicizia che scalda la solitudine, la scoperta dell’amore…

Tutto questo Simeoni lo racconta lavorando sul “classico”, classico di genere (l’horror) e classico di formato (l’albo bonelliano), ma lo fa in maniera originale come scrive Harrydice:

Simeoni ha infatti definito una strada narrativa netta, che da un lato potremmo dire completamente popolare, dall’altro e specularmente, colta nella perizia, nella ricerca e nella cura con cui realizza le sue opere.

In questo vedo pregi e difetti del “romanzo a fumetti” di Simeoni. Stria, se lo consideriamo nei suoi singoli aspetti (stile grafico, impianto narrativo, costruzione dei personaggi, etc.), ha poco di originale.

Originale è la sensibilità con cui Simeoni fonde gli elementi insieme.  Originale anche perché intepreta la voce di una generazione che fino a poco anni fa (nel fumetto italiano) era solo di lettori, ed ora propone la sua poetica anche fra gli autori.

Basta questo a rendere Stria un fumetto godibile, una storia che vale la pena leggere per chiunque? Onestamente non so dirlo. A me personalmente, ha lasciato un senso di dejà vù piacevole. Mi ha ricordato i brividi che provavo da ragazzino, sbirciando di nascosto i film di Dario Argento.

Se, provo a staccarmi da questa dimensione esperenziale invece, se provo a guardare Stria per una semplice storia di genere, allora mi sembra che i suoi limiti emergano. L’opera di Simeoni finisce per premiare la firma, il marchio, l’identità acquisita dell’autore,  piuttosto che il racconto.

Banale controprova: mi chiedo se a qualcuno mancheranno questi personaggi, una volta conclusa la lettura della storia. Perché io già fatico a ricordare i loro nomi, dopo poche ore.

Rispetto i pareri di Roberto Recchioni e Harrydice , ma fatico a intravedere l’eccezionalità dell’opera. Non vorrei che questa non suonasse come una recensione malevola. Perché non lo è.

Anzi, a chi non lo avesse fatto, faccio un sentito invito a leggerlo Stria e a vedere che effetto gli fa.

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